Ragazzi, che contropiede. Che Avvelenata mediatica e culturale, come l’omonima canzone (il suo vero capolavoro, quello con cui sono più a disagio i maestrini che vogliono intrappolare il Maestrone nello stupidario engagé). Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa/ Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia, intonava Francesco Guccini in quel brano così eterodosso rispetto alla regola che volevano cucirgli addosso. Chissà cosa penseranno oggi i personaggi del demi-monde pseudoculturale ancora più falsamente austeri e i militanti della Ditta ancora più ottusamente severi di quella che è a tutti gli effetti una confessione, da parte del cantautore più equivocato in bozzetto contestatario. Più che una confessione, in realtà: una dichiarazione di flagrante consumismo televisivo, addirittura tardo-berlusconiano.

«Guardo molta televisione. Guardo anche programmi che potrei definire spazzatura come Temptation Island o il Grande Fratello». Testi e musica gucciniani, durante l’incontro “Canterò soltanto il tempo” ai Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia, legato all’omonima mostra sulla sua vita. Immaginate il contraccolpo tra le teste d’uovo della sinistra schleinizzata, il panico tra gli esegeti posticci sparsi nelle redazioni del Giornale Unico, lo smarrimento tra le mezze tacche del Politicamente Corretto avvezze a indossare l’eskimo immaginario della superiorità culturale. Non solo Guccini, come rivelò in un’intervista, l’eskimo lo comprò «durante il servizio di leva a Trieste perché faceva un freddo boia e costava poco» (già nell’omonima canzone del resto lo definì «dettato solo dalla povertà», non dalla «rivolta permanente» che è roba buona per i figli di papà borghesi di pasoliniana memoria).