Discorsi d’odio: chi li ha visti? Sono tutti immacolati i giornalisti progressisti, tutti lì a mettere le mani avanti e a spiegare che la Bestia mica l’hanno inventata loro. Corrado Augias, per esempio, si limita a qualche punturina di spillo: «Mica faccio caso al fatto che Meloni parla in dialetto». Il che tradotto vuol dire: è una cafona. Giorni fa ho letto su un autorevole quotidiano un commento in cui si parlava dei giornalisti di destra come “servi” della comunicazione meloniana.
Tutto ok? Ma certo. C’è di peggio. E il peggio arriva sempre dai progressisti “credenti”. Quelli che Ivo Germano immaginava nel suo gustoso pamphlet #Quartierinogauchecaviar: Svegliarsi e guardare dritto dritto l’orizzonte della propria coscienza, interrogata, ammonita, attraversata vulcanicamente da solidarietà e vigilanza. Dove la vigilanza è quella antifascista, come ti sbagli.
Ecco allora una perla di Massimo Giannini in versione premurosa Donna Letizia su Il Venerdì. Un lettore se la prende con La Russa con la solita storia del busto di Mussolini e poi cita il presidente del Senato che ha difeso il simbolo della Fiamma in quanto icona di libertà e di amore. La Russa lo ha detto alla festa dei giovani di FdI. E le stragi? Chiede il lettore. E i Nar? E il fascista Concutelli? Insomma il “disonorevole La Russa” fa discorsi “divisivi” e semina “odio”. Dovrebbe vergognarsi. Risponde Giannini: «Pretedere che La Russa si vergogni è come chiedere a Meloni di celebrare il 25 aprile o a Salvini di rispettare i migranti, alla Rai di rinunciare a Insegno o a Mediaset di chiudere Il Grande Fratello, ai calciatori di non sputare... Non ce la possono fare».






