Gli anni Novanta erano appena trascorsi: al centro della scena, la globalizzazione neoliberista, l’impressione della costruzione di uno spazio sovranazionale liscio e unificato nel segno del dominio del mercato, o, in altri termini, della fine della storia proclamata dieci anni prima. Ma quel decennio è anche ricco di trasformazioni interne ai movimenti sociali, che superano l’impasse del decennio precedente e fanno emergere una nuova composizione transnazionale.
In questo contesto, esce, nel 2000, Empire, di Toni Negri e Michael Hardt. La globalizzazione viene passata a contropelo dal metodo operaista: l’ipotesi assunta, come tendenza di carattere generale, è quella della formazione di un nuovo ordine mondiale, non interpretabile con le categorie ereditate dalla storia degli stati nazionali, e, in particolare, non più leggibile alla luce della centralità del concetto di sovranità. La crisi degli stati nazionali e la costruzione della governance imperiale sono riportate, appunto seguendo la lezione operaista della priorità delle lotte, alla rottura prodotta dai movimenti di decolonizzazione.
Oggi sarebbe facile archiviare quest’ipotesi alla luce degli anni terribili che sono intercorsi. All’ordine del giorno c’è la destrutturazione radicale di ogni ipotesi di ordine globale. La frammentazione in blocchi segna lo spazio transnazionale molto più che la produzione di reti. Soprattutto: la nuova forma di postsovranità imperiale che sembrava in formazione subisce il contraccolpo del ritorno dei nazionalismi e alla centralità del regime di guerra. E non c’è dubbio che Impero sia un libro, per molti versi, datato e legato a un momento “alto” dello sviluppo del multilateralismo liberale, oggi irreparabilmente frantumato.








