Ricostruzione del laboratorio culturale delle diverse concezioni del socialismo
Biagio Marzo
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La storia della sinistra italiana non è soltanto la storia dei partiti, dei congressi e delle competizioni elettorali. È, prima ancora, la storia delle idee, delle riviste, dei libri e degli intellettuali che, nel secondo dopoguerra, accompagnarono la ricostruzione morale e politica del Paese. Per comprendere le vicende del Partito Comunista Italiano e del Partito Socialista Italiano non basta a seguire le alleanze o le scelte di governo: occorre ricostruire il laboratorio culturale nel quale maturarono due diverse concezioni del socialismo, destinate a segnare la storia della Repubblica.
L’Italia usciva dalla guerra devastata materialmente e spiritualmente. La caduta del fascismo e la nascita della Repubblica aprivano una stagione di straordinaria vitalità culturale. Nelle università, nelle case editrici, nelle riviste e nei giornali si confrontavano filosofi, economisti, storici, sociologi e scrittori. Era il tempo in cui la politica cercava nella cultura le proprie ragioni e la cultura ambiva a orientare la politica. Il quadro internazionale, tuttavia, condizionava profondamente questo dibattito. Con la nascita del Cominform nel 1947 e l’affermarsi della dottrina di Andrej Ždanov, l’Unione Sovietica impose ai partiti comunisti una rigida concezione della cultura. La produzione artistica e letteraria doveva essere al servizio della rivoluzione socialista; il realismo socialista divenne il modello ufficiale, mentre ogni forma di autonomia dell’intellettuale veniva guardata con sospetto. La cultura cessava di essere ricerca libera per trasformarsi, almeno nella teoria, in uno strumento della lotta politica.







