All’ingresso del romanzo c’è un’epigrafe da Le città invisibili, un passo celeberrimo in cui Italo Calvino, ex comunista e maestro di disincanto, invita a rendere più umano e abitabile il nostro spazio sociale cominciando dai fatti più concreti e immediati del nostro essere al mondo e ciò, si immagina il lettore, nel «cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

IL ROMANZO che quell’epigrafe annuncia è il terzo di Sergio Sinigaglia e si intitola alla lettera In mezzo all’inferno (peQuod, pp. 123, euro 15). Il nome di Calvino non è affatto casuale perché era sua anche l’epigrafe che inaugurava l’esordio narrativo di Sinigaglia, Il diario ritrovato (2014), con una citazione concernente il barone Cosimo Piovasco di Rondò: stavolta però l’allusione strutturale, pure se avanzata nei modi di una sottile imbastitura, è al Castello dei destini incrociati perché, appunto, vi entrano in contatto e intersezione percorsi individuali in sé molto dissimili e che tutto lascerebbe immaginare irrelati.

L’ORIZZONTE D’ATTESA di questo che in effetti è un romanzo breve ovvero un racconto lungo (della cui struttura mantiene la scansione veloce e le frequenti ellissi) si situa al presente che per Sinigaglia, attivista storico della nuova sinistra, è qualcosa di sempre incombente e, anzi, di inderogabile: un presente, va da sé, su cui oggi grava un clima pesantissimo dove si normalizzano e persino si naturalizzano la rescissione dei legami sociali, lo sfruttamento ad ogni livello e una proterva xenofobia. In mezzo all’inferno è insomma un mosaico le cui tessere compositive via via si associano o viceversa si respingono. Il personaggio che funge da perno è Tanya una profuga sans-papier che «va incontro al suo ignoto futuro» in una comunità di provincia dal nome emblematico, «Arcobaleno», dalla quale fugge, sottraendosi a un amore, verso l’anonimato della grande città che, almeno in teoria, garantisce maggiore protezione a chi è solo, senza documenti né un destino che non sia il regime poliziesco del reimpatrio oppure la caduta nell’inframondo della malavita (prostituzione, droga) che Tanya fatalmente esperisce.