Chi è così poco giovane da aver conosciuto Primo Levi ne ricorda ancora la sottile ironia, nutrita di sabaudo understatement. Gli altri possono sfogliare le pagine in cui ha raccontato i suoi undici mesi nel campo di Buna-Monowitz (Auschwitz III), dove quei caratteri riescono a emergere persino nel più tragico dei contesti. Per questo possiamo immaginare che Primo Levi avrebbe sorriso davanti al manifesto con la sua faccia che occupa due terzi dello spazio, a destra, e a sinistra, tutto maiuscolo, la scritta «Matricola nel 1937» a cui segue in grassetto «Se questo è un uomo nel 1947» e, di nuovo in tondo, «Anche la tua storia inizia qui».
È la campagna di comunicazione lanciata da UniTo, l’Università degli Studi di Torino, che ha arruolato per l’occasione altri illustri testimonial come Rita Levi Montalcini («Matricola nel 1930, premio Nobel nel 1986») e Umberto Eco («Matricola nel 1950, dà un nome alla rosa nel 1980» – dà un nome alla rosa…). Quindi il claim: «Abbiamo #UniTo passato, presente e futuro». Chiaro e del tutto fondato l’intento di valorizzare i pregi formativi dell’ateneo. Però…
Primo Levi avrebbe sorriso, ma in città da giorni non si parla d’altro: negli ambienti accademici e studenteschi come sui social, oscillando tra sdegno e incredulità. Perché, evidentemente, la parola matricola (universitaria), accostata al nome del chimico-scrittore di “Se questo è un uomo”, non può non evocare un altro numero di matricola, per la precisione il 174.517, marchiato sul suo braccio sinistro il 26 febbraio ’44, all’arrivo nel Lager. Ed è precisamente da questo numero (dall’esperienza che questo numero stava a testimoniare, e avrebbe testimoniato per il resto della sua vita), non da quello con il quale era stato registrato nell’ateneo, che sarebbe germinato nel 1947 il suo capolavoro. L’università ha formato il chimico, Auschwitz ha formato (suo malgrado) lo scrittore.









