La censura rivolta verso Erri De Luca, che da decenni conosco e stimo anche grazie la sua collaborazione ad Avvenire, al quale è stato negato l’intervento inaugurale del Festival letterario di Salerno, è veramente insensata. Lo scrittore ha solo manifestato liberamente il suo pensiero su Israele e Gaza, difendendo il diritto di Israele ad esistere – ma anche il diritto del popolo palestinese ad avere una patria e uno Stato – e ha negato che, per quanto riguarda Gaza, si possa parlare di genocidio. Opinioni ovviamente contestabili, ma che hanno tutto il diritto di essere espresse. Invece De Luca è stato investito da una vera e propria bufera ideologica da parte dei pro-pal. Genocidio significa la volontà deliberata e programmata di sterminare un popolo o una parte di esso a partire da pregiudizi politici, etnici o religiosi. Il che è avvenuto chiaramente con la Shoah e prima ancora con gli armeni in Turchia; in tempi più recenti, in Cambogia e Ruanda. Personalmente credo sia prematuro parlare di genocidio a Gaza: lo potranno stabilire gli storici a tempo debito, anche se la violenza e l’enorme numero di vittime civili mi porta a considerare che ci siamo molto vicini. Sapendo anche che questo è il desiderio di alcuni sciagurati ministri del governo Netanyahu.L’orrore della mattanza terrorista di Hamas del 7 ottobre e la vendetta israeliana che ha ridotto la Striscia di Gaza a un paesaggio apocalittico rappresentano l’ultimo volto di un conflitto per superare il quale occorre cominciare a mettere da parte i paraocchi ideologici che influenzano le parti in causa e i loro rispettivi sostenitori. Se ciascuno ragiona solo nella prospettiva della propria comunità, finendo per consolidare la narrativa del proprio gruppo di appartenenza, spesso contro l’altro, il vicolo cieco della violenza finirà sempre per prevalere. Come accadde nei lager nazisti di cui fu vittima e testimone Primo Levi.“Non credere agli idoli; non cedere agli istinti; non servirsi degli altri come di strumenti; non perdere mai il coraggio; cercare di essere utili al prossimo, e perciò prepararsi studiando”: è l’ultima risposta dello scrittore a una serie di domande rivoltegli per lettera da parte di una classe di studenti di terza media di Pescia nell’aprile del 1979, che si dicono impressionati dalla lettura di Se questo è un uomo e interessati agli avvenimenti della Seconda guerra mondiale. E perciò stimolati a rivolgersi direttamente a Levi, che non si risparmia. “Davanti alla morte imminente – spiega in un altro passaggio della risposta, parlando della vita nel campo di concentramento – ognuno si comportava in un modo suo proprio, largamente imprevedibile, diverso a seconda che si possegga o non una fede religiosa, che si sia conservata o no la lucidità. Pochi laggiù l’avevano saputa conservare, molti la perdevano appunto al momento in cui la morte diventava certa: questi si illudevano fino all’ultimo, contro ogni logica, come fanno i malati gravi e i condannati a morte”. Nel novembre successivo, rispondendo alle ragazze di un istituto professionale di Modena, Levi ha modo di rilevare che non ha del tutto perso la fiducia nel futuro, nonostante la terribile esperienza del lager: “La mia fiducia nell’uomo – dice – resta quella che era. E’ chiaro che sarebbe insensato oggi, come era insensato ieri, avere fiducia in tutti gli uomini: non si poteva, allora, credere a Hitler o a Stalin; oggi non si deve avere fiducia in Khomeini. Forse la mia fiducia nasce dal fatto che io ho attraversato la schiavitù e l’umiliazione, ma poi è venuta la liberazione e la pace: sta di fatto che senza una certa fiducia nel buon senso ultimo dell’umanità, non si riesce a vivere”. Nel giugno 1980, a uno studente di un istituto tecnico di Milano, sottolinea che “finiranno nella disperazione solo coloro che non troveranno uno scopo di vita nell’amore del prossimo e nell’amore di se stessi. Ma devono essere amori esercitati con intelligenza e con tolleranza: è facile amare il prossimo in teoria, senza frequentarlo, senza conoscerlo; difficile il contrario. Se n’era già accorto Dostojevski”.Sono alcuni brani tratti dal volume Mi interessa la gente perché ne faccio parte, Dialoghi con le scuole, che l’editrice Einaudi ha da poco mandato in libreria a cura di Fabio Levi (pagine 182, euro 12,50). Rientrato in Italia dopo varie peripezie, Primo Levi aveva poi messo per iscritto quanto gli era accaduto, decidendo a un certo punto anche di farsi testimone itinerante, soprattutto nelle scuole italiane. Sono oltre 130, secondo il curatore del libro, gli istituti da lui visitati e quando, fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, una certa stanchezza l’aveva colto, non aveva rinunciato al dialogo diretto con i ragazzi decidendo di rispondere per lettera ai loro quesiti. E’ così che è nato questo volume che presenta un’antologia delle lettere e delle risposte.Gli stenti della vita nei lager, ma anche il riaffacciarsi dell’antisemitismo e del ritorno del fascismo in Europa e in Italia sono i temi che tornano più spesso. Senza dimenticare la questione della fede religiosa. “Siamo tutti d’accordo – rimarca una classe dell’Iti di Reggio Emilia nell’aprile 1974 – nel dire che lei sente in particolare modo il problema di dare un senso alla vita, senso che lei ci sembra di non trovare in una concezione religiosa, ma nello sforzo di ciascuno di conservare la propria umanità”. E Levi di rimando: “E’ vero che la religione per me non ha alcuna importanza: forse questo dipende dal fatto che non ho avuto un’educazione religiosa seria, ma più probabilmente, se anche l’avessi ricevuta, penso che sarebbe fallita davanti all’esperienza del Lager, o più in generale davanti all’evidenza del male nel mondo, che mi pare nessuna religione sappia giustificare”. A uno studente di un liceo scientifico di Bologna, negli stessi giorni, ha modo di chiarire la sua posizione: “Proprio l’esperienza di Auschwitz, e la riflessione su questa e altre mostruosità della Storia, mi hanno staccato definitivamente dal concetto di una Provvidenza, che oggi mi pare essenzialmente ingiusto. Non ho mai creduto in Dio, anche se in Lager, in qualche ora critica, la presenza di un Dio salvatore e raddrizzatore dei torti mi è sembrata desiderabile”. E a una ragazza di St. Moritz specifica, pur ribadendo di essere non credente: “Devo però aggiungere che tutti i miei compagni che possedevano una forte fede, fossero ebrei o cristiani, dimostravano di essere moralmente più resistenti dei laici”.
La lezione di Primo Levi: «Ho fiducia nell’umanità, nonostante tutto»
Tenne centinaia di incontri nelle scuole, invitando sempre a «non credere agli idoli, a non cedere agli istinti, a non usare gli altri anzi aiutarli. E a studiare»






