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«O c’è la fiducia oppure il mondo si perde. E poi, il seme della società, dei rapporti internazionali, è proprio la fiducia. Senza fiducia non c’è più il mondo. Perciò questo festival di Taormina è talmente importante e spero davvero con tutto il cuore che tutte le parole dette in questi giorni possano superare lo spazio di questa piazza, lo spazio del teatro antico, lo spazio della Sicilia e dell’Italia. O fiducia o barbarie»: è questo il messaggio di speranza che il grande intellettuale francese Bernard Henri-Lévy, in piazza IX Aprile, a Taormina, dove si è detto felicissimo di essere («immerso nella beatitudine»), ha gridato nel suo francese limpido, che la preziosa traduzione di Paolo Noseda ha reso immediatamente vivo. Un appello che ha profondamente commosso il pubblico presente, incarnando uno dei momenti più intensi di tutta la kermesse.Aveva risposto, Henri-Lévy, alla ultima domanda di Paolo Valentino, giornalista del Corriere della Sera e membro del comitato scientifico di Taobuk, che parafrasando Dostoevskij gli aveva chiesto: “La fiducia salverà il mondo?” E fiducia, confiance, questa parola così armoniosa e rotonda, Henri-Lévy l’ha pronunciata spesso nella sua lectio, tra speranza e disincanto, e dolore, per questo valore così vilipeso, come osserva, «con la sua anima di uomo libero», nel suo lucido sguardo di intellettuale, di filosofo e di reportagista nei luoghi in cui si reca («il diritto internazionale soffre di gravissimi problemi- dice- praticamente tutti hanno violato il diritto internazionale»).











