Esserci o non esserci. Sembra proprio che la questione possa essere ancora quella amletica: la situazione resa famosa quattro secoli fa da uno dei personaggi più modernamente discussi della letteratura occidentale. A questo mi rimandano i titoli di due articoli pubblicati recentemente. Il primo, del linguista Giuseppe Antonelli, pubblicato sul Corriere della Sera il 26 aprile con il titolo “Fuga dai social”. Il secondo, del filosofo Rocco Ronchi, uscito sulla Stampa il 30 maggio con il titolo “In fuga volontaria dallo Stato”. L’interesse di questa casuale ma sintomatica coincidenza è dovuto al fatto che si tratta in entrambi i casi di “fuga”, di evasione da forme di realtà dimezzata, la tecnologia della comunicazione sociale e lo stato come vertice e fondamento della politica.Detesto la tecnologia e mi tengo a distanza dalla politica per istinto “ontologico”, cioè per difendere quel poco di libertà individuale che mi sembra ancora di poter conservare come un estremo di personale certezza. Nelle nostre società di massa, malate di banali e ciechi individualismi, in realtà l’individuo libero è una finzione ideologica sempre più vuota di contenuto. Se si possono notare giornalisticamente dei sintomi di fuga da entità che ci sovrastano e ci schiacciano, forse è perché, come animali umani, si sente che “la vita è altrove”, un altrove puramente ipotetico, percepito per negazione e non facilmente identificabile.L’articolo di Giuseppe Antonelli è più informativo che speculativo. Osa appena nominare il perché della fuga dai social che si sta verificando. La frequentazione intensiva dei social sembra aver raggiunto il suo massimo e anche gli utenti più assuefatti avvertono l’usura, l’invecchiamento di Facebook, Twitter, Instagram, TikTok, superati ormai da WhatsApp e Telegram. “Il socialismo virtuale dei social”, dice Antonelli, “ha smesso via via di alimentare relazioni sociali, contribuendo sempre più a rendere le persone asociali se non addirittura sociopatiche”. A giudicare dai rilievi linguistici, si è trattato di una socialità comunicativa intossicante, assurda e ridicola, caratterizzata dall’adozione generale “di un registro linguistico artefatto e sovreccitato, non molto diverso da quel discorso aumentato o louder talk che tra il 2012 e il 2013 dominava l’italiano di Twitter. Ampio ricorso a superlativi ed esclamativi, a faccine prevalentemente allegre e ammiccanti, aggettivi enfatici: una lingua in posa, atteggiata in un eterno selfie con filtri miranti a rendere più accese le emozioni”. A lungo andare era difficile evitare una reazione di fuga. Tutto sommato un segnale positivo, che indica un limite oltre il quale si avverte il pericolo di una vera e propria patologia per noia intollerabile.L’istinto ontologico di fuga volontaria dallo stato si presenta più complesso e il saggio di Giorgio Agamben recensito da Rocco Ronchi, Il corpo della politica (Bollati Boringhieri, pp. 82, euro 14), accentua fino all’eccesso la sua complessità speculativa e storica. Si inizia attraversando il pensiero di Hobbes, poi Newton, Cartesio, Spinoza, Aristotele e Plotino con riferimenti al Concilio di Trento, a Schmitt e a Dante, per concludere con un’ipotesi di “politica anarchica”, una politica non statuale e in una società senza classi. Da questo punto in poi il riferimento alla mistica, che spesso Agamben usa mescolandolo al radicalismo politico, all’utopismo sociale e al comunitarismo, si conclude con un concetto di esilio come fuga anarchica e individualistica dallo Stato: “Gli storici del diritto discutono tuttora se l’esilio – nella sua figura originaria, in Grecia e a Roma – debba essere considerato come l’esercizio di un diritto o come una situazione penale (…) Anche quando col tempo lo Stato se ne appropria e lo configura come una pena, l’esilio continua a essere di fatto per il cittadino una via di fuga. Così Dante, quando i fiorentini imbastiscono contro di lui un processo di bando, non si presenta in aula e, prevenendo i giudici, comincia la sua lunga vita da esule, rifiutandosi di tornare nella sua città anche quando gliene viene offerta la possibilità. Significativo è, in questa prospettiva, che l’esilio non implichi la perdita della cittadinanza: l’esule si esclude di fatto dalla comunità a cui continua tuttavia ad appartenere formalmente. L’esilio non è diritto né pena, ma scampo e rifugio. Se lo si volesse configurare come un diritto, cosa che in realtà non è, l’esilio verrebbe a definirsi come un paradossale diritto di porsi fuori dal diritto (…) questo costituisce la relazione giuridico-politica originaria, più dell’opposizione amico e nemico che, secondo Schmitt, definisce la politica. L’estraneità dell’esule è più estranea di ogni inimicizia. In quanto rifugio che eccede sia la sfera dei diritti sia quella delle pene, l’esilio permette di pensare una via d’uscita dalla sovranità e dallo Stato. Si tratta di pensare, attraverso il paradigma dell’esilio, una vita umana integralmente politica e tuttavia non inscrivibile nella figura dei diritti dell’uomo e del cittadino”. E’ quanto è accaduto con gli intellettuali ebrei che hanno scelto l’esilio negli Stati Uniti, un altrove sia politico che impolitico.A questo punto Agamben compie il suo salto acrobatico dalla politica radicale e anarchica alla mistica neoplatonica di Plotino, che per caratterizzare la vita degli dei e degli uomini “divini e felici” guarda a filosofi illuminati. La vita filosofica è prossima alla vita mistica perché l’intelletto superiore o intellectus spiritalis non può accettare altro che la sovranità propria. E’ questa la ragione per cui gli intellettuali come individui, e non come ceto e corpo istituzionale, appartengono più a una libera comunità cosmopolita che alle burocrazie istituzionali e statali. E’ anche la ragione per cui la vita filosofica, il daimon filosofico impedivano a Socrate di assumere cariche pubbliche. L’intellettuale può essere solo impoliticamente politico, in esilio e in fuga dallo Stato. E’ uno straniero in patria e con le burocrazie non può convivere facilmente. Comunque la si pensi, la sua è una vocazione anarchica. Esserci o non esserci. L’intellettuale Amleto disprezza e odia non solo la politica del re impostore e omicida, ma l’intera politica di corte. Se deve parlare in spirito di verità e quasi fraternamente sceglie gli attori di passaggio e i becchini al lavoro nel cimitero.
Quella vocazione anarchica dell’intellettuale
Dalla fuga dai social all’esilio dallo stato, mi interrogo sul bisogno di sottrarmi a realtà che limitano libertà, presenza e autenticità. Spunti da due articoli









