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Ultimo aggiornamento: 7:44
di Sara Gandini e Paolo Bartolini
Per i greci libero era chi aveva legami e responsabilità da onorare; schiavo, invece, chi poteva essere venduto e usato senza alcun legame stabile con un territorio, una città, una casa, una famiglia. È curioso, e politicamente rilevante, che la modernità occidentale abbia capovolto questa idea di libertà: oggi è considerato libero chi è sradicato, mobile, autosufficiente, ricco quanto basta a non dover rispondere a nessuno delle proprie azioni; mentre è percepito come “non libero” chi dipende da attaccamenti fondamentali come gli affetti, i diritti sociali e i bisogni materiali che lo rendono poco flessibile e poco compatibile con le esigenze del mercato.
La libertà, valore fondativo con cui l’Occidente ama distinguersi dalle autocrazie, da secoli coincide però con il liberalismo in politica e il liberismo in economia. Questa sovrapposizione genera contraddizioni evidenti. Da un lato, la retorica della libertà viene mobilitata per giustificare guerre, sanzioni e politiche imperiali, mascherando interessi materiali sotto il linguaggio dei diritti e della civiltà. Dall’altro, quando quegli stessi interessi vengono messi in discussione, le libertà individuali e collettive diventano rapidamente negoziabili, comprimibili, sacrificabili.






