Chi ha avuto modo di leggere il bel libro di Albert Camus, «Il mito di Sisifo», ricorderà che lo scrittore francese, premio Nobel per la Letteratura nel 1957, caposcuola della corrente filosofica esistenzialista con Jean-Paul Sartre, conclude così l'opera: «Anche lo sforzo per giungere alla meta basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». Ed ha perfettamente ragione. La vita, secondo Camus, è troppo breve perché ci si possa illudere di sovvertire le sorti del mondo, incidere significativamente sul destino dell'umanità dolente, illudersi che la vita stessa abbia un senso compiuto al punto da poterne scorgere il fine e l'utilità.

Se ne deduce che l'uomo debba essere considerato un «eroe assurdo», ossia che affronti la propria esistenza consapevole del fatto che non può incidere significativamente sul corso degli eventi, ma che ciò nonostante dovrà viverla come se lo potesse fare. E chi meglio del mitologico Sisifo può impersonare l'esempio della condanna alla quale sono destinati tutti gli uomini? Secondo il mito greco, per aver rubato il fuoco agli Dei, fu castigato a portare un pesante masso sulla sommità di una collina, per poi vederlo rotolare in basso e ricominciare in eterno il gravoso compito, testimonianza del fatto che agli uomini non sia possibile rendersi immuni dai pericoli e dalla precarietà dell'opera che compiono nel corso della loro breve esistenza. Sisifo rinnega gli dèi, e solleva i macigni, ossia non ne accetta il verdetto, e non perde la speranza, continua fare quel che la sorte gli assegna, non si pente di aver operato per il bene degli Uomoni. Ma ciò non bastò agli uomini per vivere in sicurezza: dovettero inventare altro per vivere più tranquilli: dovettero dotarsi della arte politica, ossia delle regole per governare la civile convivenza, di leggi che disciplinassero la vita comune creando le condizioni per vivere in pace.