«Vai a politica? Portati i miti!», così diceva, tanti anni fa, un noto filosofo (di cui non farò il nome) a dei giovani di belle speranze, desiderosi di tradurre in politica le loro complicate istanze culturali e intellettuali. Quel motto significa che se ci si mette nell’agone politico, coinvolgendo milioni di persone, e si mira a un risultato ottenendo il loro consenso, c’è bisogno di idee-forza, di messaggi semplici e comprensibili, che sappiano creare entusiasmo. Proprio quel motto mi è tornato alla mente, riflettendo su quale postura, quale livello di comunicazione, sia opportuno assumere in vista del prossimo referendum sulla giustizia, per sostenere efficacemente la causa del Sì. Alla luce di quel motto, io credo che giuristi e accademici (categorie di cui io stesso faccio parte!) non debbono pensare di poter convincere gli elettori solo con complesse analisi tecniche.
Dalla parte del No fioccano falsità spudorate (ieri Libero vi ha dedicato ampia attenzione), del tipo «Volete giudici sottomessi alla politica? Vota No!». Ora: è certo doveroso rincorrere queste falsità, spiegando che la riforma non fa nulla in quella direzione, perché l’articolo 104, anche nel nuovo testo proposto, non altera in nulla l’autonomia di giudici e pm, e, nonostante quel che afferma il mio amico e collega Enrico Grosso, presidente del Comitato dell’Anm, lascia comunque i togati dei due Csm e dell’alta Corte in ampia maggioranza (anche i laici saranno estratti a sorte da un elenco adeguatamente lungo). Ed è altrettanto doveroso rimproverare all’Associazione nazionale magistrati, la quale tanto si riempie la bocca di rispetto della Costituzione, che raccontando in giro queste fandonie si reca un danno grave all’articolo 48 della stessa Costituzione, che vuole che i cittadini esercitino il loro diritto di voto con piena consapevolezza e libertà, al riparo dalla falsa propaganda.






