Gli anni passano e Jean-Paul Sartre resta un pensatore al quale si ritorna, le tematiche aperte dalla dialettica esistenziale sono argomenti radicati nel mondo, dove la complessità non è mai elusa, ma vista come una ricchezza da esplorare. Forse aveva ragione Alain Renaut (Sartre, le dernier philosophe) quando nel 1993 lo considerava: «L’ultimo, in ogni caso, a credere che la filosofia dovesse dire cosa fossero la vita, la morte, la sessualità, se Dio esistesse o meno, cosa fosse la libertà». Sartre propone una visione totale, un sistema filosofico, un punto di vista in grado di avere sempre a disposizione una particolare risposta sulle questioni umane.

Si parte dal reale, concreto, materiale e si va verso la costruzione della realtà, un unico movimento in grado di fare delle sfide occasioni, opportunità, chances. Si accetta il primo momento costitutivo e gli si dà senso, forma e significato. Anche per questo Jean-Paul Sartre non aveva remore nel definirsi «un bambino viziato» e altolocato. Nella sua autobiografia, Le Parole, volendo spiegare qual era il suo habitat dice: «Ogni uomo ha il suo posto naturale; né l’orgoglio né il valore ne stabiliscono l’altezza: è l’infanzia a decidere. Il mio posto è un sesto piano parigino con vista sui tetti». L’infanzia è il punto di partenza inevitabile, sempre conservato e sempre superato.