C’è una domanda che Paolo Bosca non pronuncia mai nel suo libro. Eppure è quella che mette tutto in moto: l’utopia è ancora valido come concetto? O stiamo usando una parola consumata per coprire l’imbarazzo di non averne un’altra?

Fare utopia (nottetempo, 2026) è il tentativo onesto — e non retorico — di rispondere senza barare. Già questo, oggi, non è poco. Siamo circondati da un eccesso di pensiero critico che sa diagnosticare con precisione chirurgica ma sterile ogni dinamica del reale, ma poi resta paralizzato davanti alla proposta concreta di cambiamento. Bosca una proposta prova a offrirla, da geografo di formazione e attivista di pratiche. Il libro porta i segni di chi ha attraversato fisicamente i luoghi di cui parla: la Val di Susa, il Salento, Notre-Dame-des-Landes.

Il punto centrale è questo: l’utopia non è una questione di tempo, ma di spazio. Bosca torna al testo di Tommaso Moro e al gioco etimologico che contiene: eu-topía, il luogo buono; ou-topía, il non-luogo. Utopia non è una proiezione temporale. È un’isola. Se l’utopia è nel futuro, possiamo sempre rimandarla… eccola, la grande trappola dell’ottimismo progressista: sopportare qualsiasi presente in nome di un domani migliore che si ritira sempre un passo più avanti, come l’orizzonte. Precisamente “l’oppio dei popoli” con cui Marx, padre della più grande e tragicamente fallimentare utopia degli ultimi secoli, identificava la fede religiosa.