«Non sopportiamo più i tempi lunghi. Non sappiamo come rendere fertile la noia… Platone non subiva l’assillo della posta e del telefono, Virgilio non era costretto a confrontarsi con gli orari dei treni, Descartes poteva camminare svagato lungo i canali di Amsterdam»: era il 1935, quando Paul Valéry, in una conferenza intitolata Le bilan de l’intelligence esprimeva i suoi «serissimi timori sulle sorti dell’intelletto umano».

A CITARE oggi il poeta francese è su Le Monde la giornalista culturale Valentine Faure, e non – come potremmo immaginare – per ridimensionare le paure di oggi, così simili a quelle di cento anni fa, quando non c’erano internet, intelligenza artificiale, social. No, Faure vede in Valéry – e in Georg Simmel, Aldous Huxley e tanti altri – i profeti del nostro presente disgraziato, descritto dalla giornalista con colori cupi: la «parentesi Gutenberg» si sta chiudendo dopo cinque secoli, gli schermi da cui siamo circondati sono emanazioni del Grande Fratello orwelliano, il declino della lettura – ed è questo il punto che preoccupa di più Faure – è il segnale inequivocabile del tramonto della democrazia.

VA DETTO che le cifre non aiutano a essere ottimisti: quasi un francese su tre non legge nessun libro all’anno, le vendite sono calate dell’otto per cento dall’inizio del 2026, i quindicenni che leggono per piacere si sono dimezzati in un decennio. E tutto sommato, la Francia non è neanche messa male: negli Stati Uniti (e, aggiungiamo noi, in Italia) a non aprire un libro è quasi la metà della popolazione – incluso il presidente in carica, ricorda maliziosamente Faure.