In un’intervista del 1987, Samuel Beckett dichiarò al suo futuro biografo James Knowlson che la svolta decisiva della sua carriera risaliva a un’improvvisa rivelazione, avvenuta circa quarant’anni prima. Tutt’a un tratto, in una notte d’estate del 1945, Beckett si era reso conto che non avrebbe più dovuto lavorare per esuberanti aggiunte linguistiche, come faceva Joyce, ma per sottrazione, puntando a «togliere», in stretta alleanza con l’impoverimento, la mancanza di conoscenza e l’oscurità. Da quella crisi di «follia», specificava Beckett, era nato anche Molloy, il romanzo composto nel 1947 proprio a ridosso del cambio di rotta, e oggi ripubblicato (a distanza di vent’anni) per la collana «Letture» di Einaudi (nella traduzione di Aldo Tagliaferri e con una postfazione di Paolo Bertinetti, pp. 248, € 20,00). L’avvertimento resta prezioso per chi rilegge un testo che continua ad apparirci come una delle più sofisticate sfide alle leggi della narrazione tradizionale.
Bastano poche pagine per capire che il lavoro di sottrazione, in Molloy, punta a far sparire ogni residuo di quel basilare congegno romanzesco che il lettore comune chiama «trama». Al posto del consueto intreccio, dato da una riconoscibile concatenazione di eventi, Beckett lascia sopravvivere soltanto le voci di Molloy e Moran, due narratori destinati a scompaginare la logica del racconto con le loro paradossali posizioni. Né l’uno né l’altro, infatti, sa mai cosa dirci né come esprimersi, eppure entrambi si ostinano a parlare di sé, per tutto il tempo, nel tentativo di ingannare la morte attraverso un inarrestabile vaniloquio.









