John Banville sembra avere molto meno degli ottant’anni che ha compiuto lo scorso dicembre. Ha il talento di stemperare sempre il carisma nell’ironia, di rimettere in discussione le proprie convinzioni e far seguire alle dichiarazioni ideali azioni concrete: è membro ad esempio dell’Aosdana, l’associazione di scrittori irlandesi che devolvono parte dei propri guadagni a scrittori in difficoltà economiche, e ha lottato in prima persona perché venisse data la giusta visibilità anche alle scrittrici, a cominciare da Edna O’Brien. Non ha mai disdegnato l’arte popolare, ed è approdato alla scrittura dopo aver pensato in un primo tempo di diventare un pittore o un architetto. Il suo stile letterario, apparentemente colloquiale, è in realtà estremamente ricercato e in un’intervista al Sunday Independent ha paragonato la sua attività a quella di un atleta: “Devi chiedere un’enormità a te stesso. Ogni giorno devi fare del tuo meglio: devi esibirti al massimo assoluto del tuo gioco, sei, sette, otto ore al giorno, e questo è molto, molto logorante”. E’ proprio questo il motivo per cui è spesso spietato con se stesso: del suo primo libro Nightspawn ha detto che “è arrogante, impostato e assurdamente pretenzioso” e degli anni in cui stentava ad avere successo “scrivevo i libri che volevo scrivere e non potevo prendermela con nessuno se non guadagnavo un soldo: era solo colpa ma. Nessuno era obbligato ad acquistare i miei libri”.Quando gli chiedo di iniziare la nostra conversazione dal suo primo ricordo mi risponde: “Ero un neonato, sdraiato sulla schiena nella mia carrozzina nel salotto della casa di Wexford dove sono nato. La capottina della carrozzina era sollevata e riesco a ricordare la balza bianca attorno al suo bordo e la lucentezza dei manici cromati. Mio cugino, adolescente, mi fissava nella carrozzina e faceva quei versi d’amore che si fanno ai neonati. Fuori pioveva e sulla parete opposta potevo vedere l’ombra delle gocce di pioggia che scivolavano giù sulla finestra riflessa. In realtà, quest’ultima parte sulla pioggia l’ho inventata. Gli scrittori non sanno mai resistere all’aggiungere un fronzolo o due”.Come ha deciso di diventare uno scrittore?“Non credo che si decida di fare o di essere qualcosa – la vita è un andare alla deriva e tutte le decisioni vengono prese con il senno di poi. Ma ricordo che mia sorella mi regalò una copia di Gente di Dublino di Joyce, e di essere rimasto colpito dalla consapevolezza che le storie – cioè la narrativa – non dovevano per forza parlare di cowboy e indiani, o di gialli di omicidi, o di accademici inglesi che combinano scherzi e si cacciano nei guai, ma potevano parlare della vita così come la conoscevo io. Ho cominciato immediatamente a scrivere le più atroci imitazioni dei magistrali racconti di Joyce. E così è stato – le parole mi avevano preso per la gola”.Come definirebbe cosa è per lei la scrittura ?“All’incirca lo stesso che respirare”.Ha una routine quando scrive?“Un tempo riuscivo a scrivere otto o dieci ore al giorno, ora che sono vecchio riesco a gestirne solo due o tre prima che la mia concentrazione si attenui. Scrivo durante le ore diurne e mi fermo al tramonto. E scrivo con una penna stilografica su quaderni fatti a mano per me dal compianto Anthony Cains, un maestro rilegatore che lavorava nel Dipartimento dei manoscritti al Trinity College di Dublino. Sono oggetti bellissimi e me ne rimangono due; immagino che non verranno riempiti”.Chi è il più grande eroe dimenticato della letteratura?“Non ne ho idea, dato che è dimenticato. Non credo all’idea che ci sia un battaglione di Milton muti e senza gloria. L’ego dell’artista è un ariete e abbatte tutte le barriere”.C’è qualche libro che amava e che ora non ami più?“Ho qualche riserva su Ulisse, che un tempo credevo fosse al di sopra di ogni critica. Penso che Joyce avrebbe potuto scrivere il definitivo grande romanzo dell’Ottocento, ma ha abbandonato ‘a piccola Irlanda divisa e provinciale’, anzi, per usare le parole di Finnegans Wake ‘la piccola fessura di pisello d’Irlanda’, e se ne è andato in Europa dove è entrato in contatto con quelle che la Chiesa cattolica era solita chiamare, e probabilmente chiama ancora, cattive compagnie, perdendosi negli estremi del Modernismo”.C’è uno scrittore che non le piaceva e che ora ammira?“Ho sempre disprezzato Georges Simenon, ritenendo che fosse semplicemente uno scrittore di romanzi polizieschi da quattro soldi, finché il mio amico filosofo John Gray non mi ha esortato a leggerlo, cosa che ho iniziato a fare nei primi anni 2000, e sono rimasto stupito nello scoprire uno dei maggiori artisti letterari del Ventesimo secolo. Apprezzo specialmente quelli che chiamava i suoi romans dur, come La fuga del signor Monde, La neve era sporca, I clienti di Avrenos e una mezza dozzina di altri: si tratta semplicemente di capolavori. Anche alcuni della serie di Maigret sono meravigliosi, specialmente L’affare Picpus. Le trame, ovviamente, sono uniformemente assurde”.C’è qualcuno che ammira come scrittore ma con le cui idee non è d’accordo?“Louis-Ferdinand Céline”.Una volta ha negato Dostoevskij come un autore influente nel suo lavoro liquidandolo come “un cattivo scrittore”: cosa non le piace: il suo stile? Le sue idee? Entrambe le cose?“Non posso giudicare il suo stile poiché non conosco il russo. Trovo i suoi romanzi sgraziati ed esagerati, le sue trame del tutto implausibili e i suoi personaggi trasparenti. Ciononostante, è un grande – uno dei grandi cattivi scrittori”.Ha lavorato come editore letterario dell’Irish Times per molti anni: qual è la lezione più grande di quell’esperienza?“Che i libri senza valore arrivano nella confezione più elaborata, mentre i manoscritti di qualità sono sempre infilati in modo improbabile in una busta imbottita usata tre volte”.Ha scritto romanzi gialli: perché ha usato lo pseudonimo di Benjamin Black?“Non ho fatto alcuno sforzo per nascondermi dietro lo pseudonimo di Benjamin Black. Volevo semplicemente che i lettori sapessero che in questi libri mi stavo avventurando su un binario diverso, e che erano Wysiwyging (acronimo per What you see is what you get Quel che vedi è quel che prendi ) e non elaborati trucchi postmoderni”.E’ vero che scrive i romanzi gialli al computer e i romanzi con la penna stilografica?“Sì, scrivo i romanzi gialli al computer. Una penna è troppo lenta per questo tipo di libro, mentre il computer è troppo veloce per l’altro tipo”.Ha scritto la sceneggiatura di The Last September di Elizabeth Bowen: com’è stata quell’esperienza? C’è qualcosa che ha imparato da questo particolare modo di scrivere?“Quando scrivi per lo schermo devi ‘scrivere bianco’ – niente fronzoli, niente cose ricercate, solo l’ossatura essenziale. Ricordo che un giorno sul set di Albert Nobbs Glenn Close mi ha preso da parte e mi ha detto: ‘John, vedi tutte queste cose che hai messo tra le righe di dialogo? Non devi preoccupartene – siamo attori, faremo tutto questo senza che ci venga detto’. Una lezione salutare”.Riguardo ai suoi libri hai dichiarato: “Li odio tutti... Li detesto. Sono tutti un permanente imbarazzo”. Si sente ancora allo stesso modo?“Naturalmente. Tutte le opere d’arte sono fallimenti, poiché l’artista punta alla perfezione e, come tutti sappiamo, la perfezione non è di questo mondo, o di questa specie”.Perché l’Irlanda è un paese con così tanti grandi scrittori?“L’imposizione dell’inglese di base sulla sensibilità irlandese ha forgiato – bella parola – una nuova forma di linguaggio che chiamiamo Hiberno-English [inglese d’Irlanda], un dialetto meraviglioso e altamente adatto per la creazione – la forgiatura – di opere d’arte”.Quali sono stati per i libri più importanti per la sua formazione?“Il Catechismo della Chiesa cattolica, a cui sono stato introdotto da bambino: ho imparato molte cose che i bambini dovrebbero sapere, come il significato della parola simonia e la distinzione tra concupiscenza e lussuria”.Qual è il suo rapporto con la religione? Crede in Dio?“No, non ci credo. La religione è un bellissimo mito e la fonte di molta grande arte. E sono sicuro che sia un conforto per gli afflitti; almeno spero che lo sia”.
“Con Joyce, le parole mi hanno preso per la gola”. John Banville si racconta
"Gli scrittori non sanno mai resistere all’aggiungere un fronzolo o due". Parla il romanziere irlandese che una cosa ha imparato mentre faceva l'editore letterario dell'Irish Time: "I libri senza valore arrivano nella confezione più elaborata, mentre i manoscritti di qualità sono sempre infilati in modo improbabile in una busta imbottita usata tre volte"









