«Da bambino, già disegnavo come Raffaello, ma ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino», diceva Picasso un po’ gigione: «La semplicità non è mai immediata, si raggiunge per gradi». E T.S. Eliot, più solenne alla fine di Little Gidding, l’ultimo dei Four Quartets: «A condition of complete simplicity / (Costing no less than everything)».

Quanto la condizione di (quasi) completa semplicità cui Hans Tuzzi sembra essere approdato col suo ultimo libro – già a partire dal titolo tassativamente minuscolo è scritto (Bollati Boringhieri «Varianti», pp. 160, euro 16,00) – gli sia costata, è difficile indovinare, e forse non è neanche così interessante. Opera una grande sapienza artigianale, non v’è dubbio, in queste «narrazioni di destini» (come recita il sottotitolo, osando una parola quasi arcana): ma all’origine di ciascuna di esse – e della raccolta nel suo complesso – dev’esser scesa come una grazia, senza sforzo e come senza merito.

Tuzzi – il cui lessico è «forse il più ampio nel panorama della narrativa italiana di oggi» (parola di Mario Barenghi, un critico quanto mai cauteloso) – è autore, si sa, di romanzi altamente lavorati, saturi e per molti versi estremi, come Vanagloria (2012) o Nessuno rivede Itaca (2020). Ed è bene ricordare che le inchieste del suo Norberto Melis, a differenza di quelle di altri famosi e non meno amabili commissari (Maigret, Nestor Burma, Ambrosio, Montalbano…), costituiscono non solo una serie, ma un autentico ciclo narrativo, cioè un unico vasto romanzo, con precisi riferimenti storico-sociali, sedici anni di malanni e malagrazia italiani, dal delitto Moro alla fine della Prima Repubblica. Il che – sia detto per inciso a delusione degli aficionados – rende improbabile che, a dispetto di un certo suo recente penchant per i fantasmi, Tuzzi possa far tornare Melis in scena dopo averne preso così abrupto congedo nel crepuscolare Ma cos’è questo nulla? (2022).