«Per fortuna mi torna subito la ragione e mi dice: vecchia bestia di un poeta, non penserai mica di essere un pittore», scrive Victor Hugo all’amico Burty, svilendo e canzonando la sua più accesa, insospettabile, passione esistenziale, la pittura. «Promettimi, in nome della nostra grande amicizia, che brucerai tutto», chiede invece Kafka al sodale scrittore Max Brod, che tradirà puntualmente la promessa, diffondendo tutta la sua opera a beneficio del mondo. Lo scrittore ceco vuole scomparire e auspica la distruzione dei suoi romanzi e dei suoi disegni schizzati a margine di lettere, articoli e manoscritti, il cui personaggio ricorrente è un omino: il suo autoritratto. Cos’hanno in comune queste e moltissime altre figure famose? Hanno una doppia vita o meglio un “doppio talento”, sono conosciute come star, scrittori o leader, ma sono anche artisti, più o meno incisivi, preda di un’irrefrenabile creatività visiva. Alcuni in modo discreto e schivo, altri in maniera più esposta, ma ciò che li accomuna è la relazione tra il verbo e l’immagine, tra il ruolo ufficiale e i talenti inconfessabili. La loro vita emozionale viene raccontata dal giornalista, critico e artista Mimmo Di Marzio nel libro Gli insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita (Giunti). Una sorta di manuale che conduce il lettore dietro lo stage, nei meandri meno noti di personalità straordinarie delle quali la pittura, il disegno, il collage, sono stati i corollari segreti a fondamento delle loro attività pubbliche. Massimo D’Azeglio, Gunter Grass, Dario Fo, Giovannino Guareschi, Antony Quinn, Bob Dylan e Franco Battiato sono solo alcuni dei personaggi di questa insolita geografia. Il libro è una mappatura degli sconfinamenti disciplinari dal Settecento ad oggi. Dino Buzzati, cronista, scrittore, pittore e librettista, aveva il cruccio di sentirsi in obbligo di meritare la “patente di pittore”. Al Corriere era soprannominato “il cretinetti”, a causa della sua originalità. «La mia attività di scrittore – dichiarò – e la mia attività di pittore rientrano nel medesimo genere di operazioni mentali». Tra pop, noir e surrealismo, Buzzati anticipa la graphic novel con il suo Poema a fumetti sul mito di Orfeo e Euridice, pubblicato nel 1969. Ma il mondo dell’arte non lo prende sul serio. Secondo Di Marzio «non viene riconosciuta l’invenzione di un nuovo linguaggio che per esprimersi pienamente doveva utilizzare e sintetizzare la scrittura letteraria, l’arte pittorica e la comunicazione giornalistica nello stile della cronaca». Victor Hugo, che quando scriveva si chiudeva in casa rimanendo completamente nudo per lunghi periodi, ha lasciato oltre quattromila opere tra schizzi, visioni, improvvisazioni. Gettava inchiostro sul foglio e agitava una penna d’oca aspettando che apparisse una forma. Usava persino il caffè per realizzare opere astratte, prima che l’astrattismo nascesse. La pittura fu per lui una cura, la cura per far fronte all’esilio e poi alla morte di quasi tutti i suoi figli. A Weimar, Goethe frequentò il maestro di pittura Adam Oeser. All’inizio non sapeva se scegliere l’arte o la letteratura. Durante il Grand Tour in Italia (1786) - abbagliato dalla luce mediterranea e dal Rinascimento - produsse novecento grafiche con lo pseudonimo di Philipp Möller. «La pittura – dichiarerà - è capace di creare con i quadri un mondo visibile assai più compiuto di quanto possa essere quello reale». Sebbene già affermato scrittore, non smetterà mai di dipingere e nel 1810 scriverà La teoria dei colori influenzando artisti come Turner e Kandinskij. Per Henry Miller la pittura è una possibilità proibita alla scrittura. È il doppio talento, è l’altro sé, l’ombra che continua a creare con altri mezzi. Ed è anche la medicina per uscire dalla depressione come per Hermann Hesse che dichiara: «Tra la mia pittura e la mia scrittura non ci sono discrepanze». L’arte è un antidoto ai turbamenti che la poesia non lenisce. Anche per Winston Churchill è un antidepressivo. Ovunque andasse portava con sè cavalletto e colori a olio e, per pudore, si firmava Charles Morin. Si considerava un dilettante ma ne era profondamente rapito. Dipingeva «per tener lontani gli incubi della guerra». Anche re Carlo d’Inghilterra si autodefinisce «entusiasta dilettante» e afferma: «Per me la pittura è l’ingresso in un’altra dimensione». Il racconto di questo carosello di visioni, che si sviluppa dietro le pagine scritte, riporta per ogni autore precise informazioni sulla collocazione delle opere in musei, fondazioni, collezioni, certificandone in tal modo l’autorialità artistica. Sharon Stone, innamorata pazza dell’arte, è collezionista e appassionata di musei. In un’intervista rilasciata all’autore racconta: «La pittura per me è sempre stata una seconda lingua: a casa la parlavamo naturalmente» e questo grazie alla zia e alla nonna, considerate dalla famiglia «un po’ pazze». Dovendo mantenersi, a 19 anni, tra il set e la pittura, scelse la prima opzione per poi ritrovarsi oggi a dipingere enormi tele con notevoli riscontri. Nella rosa delle stelle, brilla il superumano David Bowie che si muove tra i colori del rock, i sound estremi, le luci e le maschere interplanetarie. Un’emanazione live delle avanguardie del Novecento non ha confini linguistici ma orizzonti wagneriani. Il libro termina con Him, lui, il Führer e con la domanda che tutti noi continuiamo a farci: «E se lo avessero ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna?».
Una seconda vita da artisti
Da Victor Hugo a Dario Fo tanti scrittori, politici, cantanti hanno coltivato e coltivano la pittura come hobby: sono “Gli insospettabili” raccontati dal libro…









