Si potrebbe assumere che un pittore, quando dipinge, ritragga in fondo null’altro che se stesso qualsiasi sia il soggetto, o almeno così sembrava pensarla Jean Cocteau mentre scriveva una lettera all’amico e pittore Max Peiffer Watenphul nel 1952: «Un pittore dipinge sempre il proprio ritratto, qualunque cosa dipinga. Guardando i tuoi dipinti ti vedo. Piuttosto cupo, come quando si è innamorati». E in effetti i paesaggi del pittore tedesco, che per lo più compongono il corpus di opere esposte fino al 23 agosto alla GNAMC di Roma (catalogo Electa), sembrerebbero seguirne i mutamenti nelle varie fasi della sua esistenza, sia interiori, sia in termini di metodo pittorico.
E in una celebre scuola che fece proprio di un metodo il fulcro della sua didattica, il Bauhaus, si formò appunto Peiffer Watenphul – dopo un errore di gioventù che lo aveva portato a laurearsi in legge –, frequentando le lezioni di Paul Klee, Wassily Kandinsky, Johannes Itten, Oskar Schlemmer e altri maestri con cui resterà amico tutta la vita. Inizialmente, le prime prove sono del 1919, la ricerca di uno stile personale lo porta a superare una certa impostazione tardo-ottocentesca in direzione di un alleggerimento cromatico e sintetico sulla traccia del Douanier Rousseau, e forse dei connazionali Alexander Kanoldt e Carlo Mense, per poi passare a una fase più propriamente espressionista in linea con i consigli dell’amico Alexej von Jawlensky sull’uso del colore e con le suggestioni di un viaggio a Cuba e in Messico nel 1924, all’origine di alcuni olî sgargianti.









