Sono dettagli minimi, particellari, ma non minutaglie di nessun conto, i dettagli che Daniela Giorgetti convoca alla sua «Agape» poetica. In Il sole è cosa bella messa nel cielo (Raffaelli editore, pp. 120, euro 16) addimorano nelle parole icastiche assieme alle pause e ai silenzi che ne danno il rilievo come un delicatissimo chiaro-scuro che faccia emergere un disegno da un fondale liliale ma indifferente (o indistinto?). E sembra toccare un lontano noumeno questa poesia delicata e che irradia sé come in cerchi concentrici sempre più larghi, fino a comprendere o volgere nel proprio indirizzo ciò che appare fragile o non veduto nel corso di una vita distratta dai simboli con cui essa stessa parla. Qui si assiste a chi sa dare casa nel verso a una sottigliezza felice e una grazia gentile: già cura ancora prima di sollevare del tutto il velo, mostrandosi nuda nel pieno di un giorno sagrato o di una notte punteggiata di stelle in cui il silenzio sia come tepido e uterino. Pare di vederle le dita delicate di questa poesia, che lambiscono e restituiscono le forme di ciò che, invisibile ai più, si mostra come un avvento di luce a chi apre e desta il cuore al canto dell’universo, al rispetto di ciò che è fragile, al gusto sottile per ciò che appena si accenna senza pervadere o invadere.