Nel panorama della recente filosofia italiana Gennaro Sasso, scomparso ieri all’età di 97 anni, è stato per varie ragioni una figura assolutamente singolare. Unica era la sua capacità di attraversare discipline e campi di studio molto diversi. Dopo aver esordito come storico delle dottrine politiche (Urbino fu la sua prima sede) e come studioso di Machiavelli, Sasso, presto chiamato in Sapienza, ha dato contributi fondamentali agli studi su Platone, Lucrezio, Dante, Croce, Gentile, la cultura italiana del Novecento, per citare solo i suoi maggiori campi di lavoro.

L’ALTRA CARATTERISTICA che ne fa una personalità unica è la incredibile quantità di volumi (certo più di cinquanta) che ha pubblicato. La sua impressionante capacità di lavoro (lo dico con cognizione di causa, avendolo seguito dai tempi dell’Università ed essendomi laureato con lui) non si era attenuata neanche dopo il superamento del traguardo dei novant’anni.

Data la vastità dei suoi interessi, Sasso ha sviluppato la sua personalità scientifica in diverse direzioni. Cominciò con Machiavelli, un autore che non ha mai abbandonato. Il «segretario fiorentino» era infatti per lui un amore destinato a durare: ne apprezzava e ne condivideva il realismo politico, non meno che la pugnace polemica anticristiana. Per quanto riguarda invece la filosofia speculativa, Sasso inizia a svilupparla con un singolare volume di circa 1200 pagine, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, che pubblica nel 1975. Dal punto di vista della storia della cultura, Sasso voleva contrastare la rimozione di Croce che aveva segnato la filosofia italiana dopo il 1945. Ma non lo faceva certo da una posizione «crociana»; al contrario, dava di Croce una lettura fortemente aporetica, perché la sua ricerca della dialettica si risolveva, come quella hegeliana, in un fallimento.