Gennaro Sasso in quasi un secolo di vita prolifica, scrittura, accademia, amicizia, sodalità, conflitti sempre temperati anche nell’asprezza, ha pensato quasi tutto, specie nel campo della filosofia politica, che Leo Strauss considerava regina madre della filosofia, e del mondo machiavelliano, e di quasi tutto, tra allegoria simbolo e filologia, ha seguito e spiegato ai limiti del possibile la storia. Un talento inverosimile, un’erudizione a prova di bomba, un’intelligenza come non ce n’è più, flessuosa e geometrica, materialistica e idealistica, un’arte combinatoria di umanista che riempie le biblioteche di ricerche, monografie, saggi, attività di cultura tipicamente monumentali. Erede di Benedetto Croce, interprete raffinatissimo di Giovanni Gentile, incomparabile e astuto lettore fino alla fine di Platone, Aristotele, Lucrezio e Dante. Si può dire che il mondo antico, il Medioevo, il Rinascimento, fino alle costruzioni teoretiche della modernità postilluminista, per lui avevano ancora qualche segreto che avrebbe indagato nei prossimi cento anni dei novantasette che ha magnificamente vissuto. Il suo è il Machiavelli di un trentenne (1958), e si vede. Contrasta l’unica (forse) stupidità dei gesuiti, l’inesistente ma non innocente manipolazione del “fine che giustifica i mezzi”, ma non è mai consolatorio.Il fine della politica è l’esistenza, la sopravvivenza, e la vittoria politica convaliderà di fatto, senza alcuna giustificazione etica, estranea all’universo del Segretario della Seconda cancelleria fiorentina, il percorso di chi l’ha ottenuta “contro i venti della fortuna”. Con quella monografia, e con tutto il lavorio filosofico e storico successivo, con le armi della Critica, che era la sua attività e la sua rivista prediletta ereditata da Croce, con Federico Chabod e Friedrich Meinecke maestri del maestro, seppe coltivare e ammirare allievi amati con l’eros produttivo di un George Steiner. Nel giorno dei suoi Novanta, dopo il dolore per Laura Calogero e alla vigilia di un immenso dolore per la perdita del figlio Roberto, sembrava un fanciullo che si era meritato, pur essendo uomo rigoroso e dunque non bonario, tutto l’affetto del mondo. Il Machiavelli di Sasso è tante cose, tra queste va ricordata la sua affinità con l’intelligenza artificiale della magnifica e crudele Humanitas. “Una macchina non sa cos’è giusto, non ha compassione, sa soltanto cos’è probabile sulla base degli esempi che ha visto”: così Giorgio Parisi a commento dell’ultima lettera enciclica. Per essere stato centrale e laterale, costruttore di un argine nella crisi del Cinquecento e nella grande mutazione dei tempi premoderni, Niccolò Machiavelli, nell’interpretazione lucida, onesta, insuperabile di Gennaro Sasso, era quella cosa lì, quel calcolo delle probabilità, strutturato nel Principe e nei Discorsi e nelle Istorie, dall’abbondanza degli esempi. Troppo intelligente per essere un fanatico, troppo superbo per essere un ignavo, Sasso ha attraversato il fascismo, la rinascita e la Repubblica con passione laica e senza insofferenze clericali, fedele incredibilmente al sé stesso di sempre, con un solo vero nemico assoluto: la chiacchiera.