Salì sul treno diretto verso la periferia. Due universitarie di almeno vent’anni più giovani di lui si guardarono complici, ma lui non se ne accorse. Non faceva più caso alle reazioni delle donne, non faceva più caso a nulla. Immanuel sapeva da molto tempo che la sua vita sarebbe potuta arrivare a un punto di non ritorno.
Nelle settimane precedenti aveva riflettuto sulla sua intera esistenza. Seduto al tavolino in legno della biblioteca centrale di Berlino Est aveva trascorso un tempo che gli era parso infinito a ricostruire tutti i passaggi della sua vita alla ricerca di qualcosa che assomigliasse a un progetto. O almeno a una crescita. Scoprì che essere nato da contadini non gli aveva giovato, e che insegnare il marxismo ai figli dell’apparato con il rigore e la cupezza di un monaco gli era servito solo a farsi disprezzare. Capì quanto poco senso avessero le infinite occasioni ufficiali in cui aveva sfiorato le giacche inamidate degli uomini del comitato centrale e quanto poco fascino vi fosse nella cordialità di Mielke e nella magnetica durezza di Honecker. A nessuno dei due era rimasto impresso per più di qualche secondo. Non se n’era mai fatto un cruccio.
A quarantaquattro anni capì di essere un progetto fallito, essiccato, e decise di non insegnare più, affidando alla burocrazia statale una lettera di dimissioni in cui paragonava sé stesso a un albero su cui qualcuno avesse gettato della calce viva.








