C’è un pregiudizio duro a morire nel sindacalismo occidentale: chi se ne va non lotta. Chi fa exit – secondo la nota dicotomia di Hirschman – non fa voice. Il lavoratore migrante che cambia impresa, che abbandona il cantiere, che sparisce dal dormitorio aziendale e ricompare sei mesi dopo in un altro paese, è visto come attore prettamente individuale, inorganizzabile, ostacolo alla solidarietà di classe. Esiste però un’agenda di ricerca che investe su un’interpretazione diversa. Come avverte Chris Smith – fra i più noti esponenti della Labour Process Theory – invece di continuare a discutere se l’azione collettiva sia superiore alle dimissioni individuali, occorre studiare con più attenzione gli effetti che i lavoratori possono produrre usando strumentalmente il mercato del lavoro, costringendo il management a modificare le proprie pratiche. Gabriella Alberti e Devi Sacchetto, in Lavoro migrante (Meltemi, pp. 432, euro 26, traduzione di Giulia Magnano, illustrazioni di Laura Montanari), raccolgono questa sfida, per mostrare che il turnover non è il contrario della lotta, ne è spesso la premessa o la forma.
IL LIBRO parte da una constatazione semplice ma incisiva: se il capitale ha sempre costruito dispositivi per bloccare la mobilità dei lavoratori – dal lavoro a contratto vincolato ai permessi di soggiorno legati al singolo datore di lavoro, dai programmi di migrazione temporanea al sistema kafala del Golfo Persico – è perché la mobilità è in sé una minaccia che i lavoratori possono utilizzare come una risorsa di potere. D’altro canto, nella Germania degli anni Settanta, le operaie migranti che scioperarono nelle fabbriche di automobili erano le stesse che i sindacati avevano a lungo considerato inorganizzabili. E fra le vertenze più combattive degli ultimi vent’anni, in Italia, ci sono certamente quelle dei lavoratori migranti della logistica.






