Qualche cosa tra il servile e un atto di beneficenza del datore di lavoro nei confronti del lavoratore. Questa sembra l’idea di lavoro che emerge dalle risposte che alcuni datori di lavoro danno alle legittime, direi ovvie, richieste di informazioni su orari, salari, trattamento dello straordinario. L’offerta di lavoro andrebbe accettata a scatola chiusa, al buio, e possibilmente con gratitudine, perché in cambio ci sarà un compenso. Ma quanto e a quali condizioni meglio non chiederlo, se non si vuole essere esclusi a priori in quanto “troppo” attenti ai propri diritti in un rapporto di scambio tra prestazione lavorativa e remunerazione che si vuole invece mantenere il più asimmetrico possibile. Per alcuni datori di lavoro, il lavoro non è neppure più solo una merce, ma una cessione di diritti. E la competizione nel mercato del lavoro non è basata sulle competenze da un lato, le condizioni di lavoro dall’altro, ma sul grado di ricattabilità causata dal bisogno di guadagnare purchessia, lungo una scala gerarchica al fondo della quale ci sono i più disperati e i più privi di diritti anche fuori dal mercato del lavoro, gli stranieri taglieggiati dai caporali con la tacita connivenza dei datori di lavoro.