Ci sono due miti da sfatare nel racconto del caporalato in agricoltura. Il primo è che sia un fenomeno che riguardi solo il meridione, il secondo è che il soggetto principale sia maschio e migrante. Finiscono sullo sfondo le donne italiane, 310 mila, il 30,2% della forza lavoro della manodopera utilizzata in condizioni di sfruttamento nelle campagne. Come Paola Clemente, morta di fatica il 13 luglio 2015 ad Andria. Le contadine sono anche peggio pagate. La differenza retributiva con gli uomini, indipendentemente dalla nazionalità, è del 17,9%. Se si isola il dato sulla disparità di genere solo sul segmento italiano, la differenza supera il 37%.

UNA DELLE PROVINCE con la forbice più ampia nei salari tra uomini e donne è Mantova, a conferma del fatto che il caporalato non è un fenomeno legato solamente all’agricoltura povera: diverse inchieste hanno riguardato anche i ricchi consorzi di frutta e i vitigni del nord Italia. Dal Piemonte al Trentino fino alla Calabria, alla Basilicata e alla Sicilia, si muovono gli stagionali costretti ad accettare retribuzioni giornaliere intorno ai 20 euro per lavorare dalle 12 alle 14 ore nei campi senza alcuna forma di tutela. «Lo sfruttamento non ha confini, risponde alle medesime logiche di compressione dei diritti lungo le filiere agroalimentari, tanto nelle pianure del settentrione quanto nei campi del mezzogiorno e non riguarda unicamente i lavoratori di origine straniera ma anche tantissimi italiani», spiegano dall’osservatorio Placido Rizzotto, istituto di ricerca ancorato alla Flai Cgil.