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Ultimo aggiornamento: 14:49

Una giornata di lavoro nei campi durava almeno undici ore, sotto il sole cocente o sotto la pioggia, respirando anche residui di pesticidi. Lavoratori considerati come animali, braccianti stranieri, ovviamente, massacrati per 2.70 euro l’ora meno della metà della paga prevista dal contratto di lavoro ovvero 7,50. Un sistema di sfruttamento radicato, violento e strutturato come una catena di montaggio agricola forzata che avveniva nella campagne di Napoli e Caserta.

Qui nel maggio del 2024 erano intervenuti i Carabinieri del comando per la Tutela del lavoro e del gruppo di Aversa, ma nulla è cambiato. E oggi, dopo le indagini, gli investigatori hanno hanno notificato le misure agli indagati che devono rispondere di caporalato e sfruttamento. La giudice per le indagini preliminari di Napoli Nord, Pia Sordetti, ha disposto i domiciliari per un imprenditore agricolo italiano, per sua moglie, cittadina albanese, e per un cittadino indiano. Obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per un secondo cittadino indiano.

Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata da, viene sottolineato come i braccianti – prevalentemente stranieri e spesso irregolari – erano sottoposti a condizioni di lavoro disumane, retribuzioni illegali e un regime costante di minacce e coercizione psicologica. “Voi siete delle pecore, figli di puttana…se volete lavorare è così altrimenti non venite più…” urlava il caporale al minimo cenno di protesta. I lavoratori, in tuta e stivali, venivano prelevati poco prima dell’alba a Villa Literno. In piedi o accovacciati “le pecore” -soprattutto indiani e bulgari – venivano smistate nei campi.