Il lavoro irregolare e il caporalato in agricoltura sono un business da 73,5 miliardi di euro, riguardano 240mila lavoratori irregolari, 55mila dei quali sono donne. La tendenza, secondo l’ultimo rapporto Agromafie e caporalato della fondazione Placido Rizzotto della Flai Cgil, è in crescita.
La somministrazione illecita di manodopera non è un fenomeno esclusivo dell’agricoltura. Ma qui trova una dimensione peculiare per dimensione e qualità. “Finanche pratiche paraschiavistiche”, registra la Fondazione. Eppure l’agricoltura è il settore con il minor numero di controlli da parte dell’Ispettorato nazionale del lavoro.
Paradossi italiani. A dieci anni dalla legge contro il caporalato, il fenomeno è penetrato a fondo nel tessuto produttivo. Lo ammette anche il governo: il 60% delle imprese a livello nazionale, secondo dati del ministero dell’Economia, utilizza solo lavoro regolare, mentre quelle che utilizzano lavoro grigio sono circa il 30%, e il lavoro nero nel restante 10%. Altre analisi sono più pessimiste: l’ispettorato nazionale del lavoro, che dipende dal ministero, registra per l’agricoltura un tasso di irregolarità del 64,8 per cento. Dopo la morte - il 19 giugno del 2024 - del bracciante Satnam Singh, nelle campagne pontine a Borgo Santa Maria, venne condotta una campagna di ispezioni a tappeto. Nell’arco di un mese furono eseguite metà delle ispezioni dell’intero anno precedente. Ebbene il tasso di irregolarità calò di poco: dal 66 per cento della prima ispezione al 53 per cento dell’ultima. Oggi Giorgia Meloni dice: "L'orribile omicidio dei quattro













