Roma, 15 giugno 2026 – La trasparenza salariale promette di cambiare uno dei punti più opachi del mercato del lavoro: sapere quanto vale davvero una mansione, quali criteri determinano una retribuzione e perché, a parità di ruolo, uomini e donne continuano troppo spesso a non partire dallo stesso livello. Ma il primo ostacolo, prima ancora dell’applicazione nelle aziende, è la conoscenza. Secondo un sondaggio di The Adecco Group, a pochi giorni dal recepimento italiano della direttiva europea, un lavoratore su due non sa che cosa sia cambiato. E solo una minoranza crede che la riforma possa incidere davvero sul divario retributivo di genere.

La norma c’è, la consapevolezza ancora no

Il dato più rilevante non riguarda soltanto la sfiducia, ma il vuoto informativo. Il 55% degli italiani intervistati dichiara di non conoscere i benefici che potrà ottenere dalla nuova disciplina sulla trasparenza salariale. Non si tratta però di disinteresse: dentro questa platea, il 51% vorrebbe capirne di più, mentre solo il 4% afferma di non essere per nulla interessato. È un passaggio decisivo. La trasparenza salariale, per funzionare, non può restare una riforma scritta nei testi di legge o confinata negli uffici del personale. Deve diventare uno strumento comprensibile per chi lavora e utilizzabile da chi cerca un impiego. Se il lavoratore non sa quali informazioni può chiedere, quali dati può conoscere e quali differenze può contestare, il diritto resta astratto. E un diritto poco conosciuto è spesso un diritto poco esercitato.