Saper immaginare, e rendere immaginabile, la pace. E prima ancora: saper rendere immaginabile e pensabile l’esistenza dell’Altro, la cui negazione – come a dire: l’Altro da me non solo non ha diritto di parola, ma non è neppure degno di essere, e di starmi di fronte, in quanto tale – genera invece automaticamente, o meglio aprioristicamente, una visione del mondo collocata dentro una logica di guerra e di violenza, anziché di pace.
È QUESTO L’INVITO – di natura dunque immaginativa, in primo luogo – che ci rivolgono i criminologi Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli nel loro nuovo libro, appena uscito da Feltrinelli: Per una pace possibile. Responsabilità, giustizia e riparazione al tempo delle guerre (pp. 192, euro 18). Anzi: più che di un invito si tratta di una «sfida», come loro stessi la definiscono. Ed è una sfida «tutta politica», aggiungono: perché immaginare e cercare di precostituire le condizioni della pace significa, al fondo, mettersi nell’ottica di costruire né più né meno che un vero e proprio «progetto di società».
Da questo punto di vista, Per una pace possibile può essere letto come un libro complementare a quello di Tommaso Greco uscito qualche mese fa, Critica della ragione bellica (recensito in queste pagine il 4/9/25, ndr), al quale infatti Ceretti e Cornelli rinviano apertamente, quasi in un dialogo a distanza. Identico, nei due libri, è l’orizzonte di senso; identica, in particolare, è l’idea di una «propensione antropologica alla pace», in antitesi a quel realismo imperante del nostro tempo secondo cui, al contrario, la violenza e la guerra sarebbero eventi naturali ai quali è perfino inutile resistere. Ma se Greco concepisce la pace come bene da «custodire» tout court, sul presupposto di considerarla a tutti gli effetti quale «origine» e «principio», e quindi come «qualcosa che ci precede», Ceretti e Cornelli la concepiscono piuttosto come un «moto perpetuo». Cioè come frutto di una «ritrazione dall’egoismo» da coltivare quotidianamente, «per non sentirci più allergici all’alterità, per consentirci di alzare lo sguardo persino sul nostro nemico e per dar vita a un’irriducibile responsabilità come fonte delle moralità e delle istituzioni».








