È guerra totale, la risoluzione delle controversie internazionali non viene più affrontata in base al diritto, non è più affare di rapporti tra Stati, conta solo la forza. Non solo si moltiplicano i teatri del conflitto, si amplia la nozione di guerra.
Guerra non più solo tra eserciti, ma eserciti contro intere popolazioni. Il genocidio è all’ordine del giorno e sotto gli occhi di tutti. Si può accettare di vivere dentro lo stato di natura, nella prospettiva di una guerra di lunga durata? Sempre che non si realizzi la follia – oscenamente ipotizzata – dell’apocalisse nucleare, che porrebbe sì fine al conflitto ma anche all’umanità.
In questa situazione è massima la responsabilità dei singoli Stati e della comunità internazionale. Sino a ora si sono limitati a schierarsi, a prendere una parte tra i soggetti in conflitto. Non intervenendo direttamente nelle guerre in corso, ma fornendo armi, oppure incrementando le spese per le forze armate. Preparando dunque la guerra: si vis bellum, para bellum. Sul piano dei rapporti internazionali, appaiono troppo deboli le misure di contrasto nei confronti delle palesi violazioni del diritto internazionale, nonché le azioni per opporsi ai crimini di guerra – se non genocidari – compiute contro popoli e cittadinanza civile. Eppure, per quanto riguarda il nostro Paese, la Costituzione è chiara nell’indicare qual è la via da seguire.









