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Ultimo aggiornamento: 6:09
di Francesca Carone*
Il termine pace viene costantemente inflazionato dalla narrazione comune: per la Chiesa è il baluardo religioso che accompagna l’umanità nella convivenza cristiana insita nella dialettica biblica. La scuola lo traduce nelle competenze sociali e civiche in cui lo studente coltiva il senso di appartenenza, di condivisione del sapere e di collaborazione aperta e inclusiva attraverso il rispetto e l’accettazione della diversità. Social e mass-media seguono i rumor e gli slogan degli eroi pacifici o pacifinti, gestendo i modelli fugaci di un pacifismo contaminato dalle esigenze del potere e dell’economia.
La politica ne fa buon uso, e, all’occorrenza ne abusa, fornendo modelli di relativismo etico: si può parlare di Pace anche in un mondo corroso dalle guerre. Si può relativizzare il significato della pace nell’accezione subdola e ambigua: tra due popoli che si fanno la guerra diventa pacifico quello che concede più tregue. C’è chi si spinge un tantino oltre affermando che: “Se l’Europa vuole evitare la guerra (cioè rimanere in Pace), deve prepararsi alla guerra”, traslando la Pace in una traiettoria ibrida che sottende alla guerra. Nella propaganda filogovernativa (e non) la Pace è un aspetto della guerra che si adegua al momento storico e si estende alle ragioni politiche e alle strategie ridondanti del potere e dell’economia.








