“Nell’ultimo anno, la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Nell’intervento alla Sapienza di Roma del 14 maggio papa Leone XIV ha disvelato l’inganno e gli interessi dietro ai fiumi di inchiostro bellicista, riversato anche dalle pagine del Corriere della Sera da editorialisti con l’elmetto in servizio permanente effettivo, come Ernesto Galli Della Loggia e Angelo Panebianco, che da tempo inquina i pozzi del discorso pubblico.

Il primo il 3 maggio scriveva che il ripudio costituzionale della guerra, a cui si appellano i movimenti per pace, “non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te”. Come se la guerra e la corsa agli armamenti che la prepara fossero dovute al fato e si possano solo subire, anziché alla logica fallace della deterrenza militare che moltiplica i conflitti armati anziché nutrire la pace. Per Galli Della Loggia la “pluridecennale propaganda pacifista” catto-comunista ha reso il pacifismo maggioritario nel nostro Paese facendolo cadere in una “sindrome dell’inerme”, ossia incapace di armarsi “nella prospettiva di quel cimento supremo che è la guerra” (!). Di difesa, s’intende, come dicono tutti i bellicisti di ogni latitudine (compreso lo stesso Della Loggia che aveva già giustificato le stragi di innocenti come inevitabili effetti collaterali delle cosiddette “guerre giuste” ), identificando tout-court “la difesa della patria”, prevista dall’Articolo 52 della Costituzione, con la preparazione della guerra. Omettendo che questo Articolo dev’essere letto alla luce del “Principio fondamentale” che è l’Articolo 11, come ribadito dalla Corte costituzionale che ne ha incluso la difesa non armata.