“Non siamo in guerra, ma non viviamo nemmeno in pace”. La frase del cancelliere tedesco Friedrich Merz racchiude la drammaticità della nostra epoca: ci stiamo così tanto abituando al dilagare dei conflitti - combattuti con le armi o con metodi definiti “ibridi” - da perdere la consapevolezza del confine tra guerra e pace. La linea rossa che le separa è sempre più sottile, tanto da diventare invisibile.

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Lo si coglie anche nel dibattito, italiano ma non solo, sulla natura delle operazioni militari. Nelle discussioni sugli aiuti bellici all’Ucraina ci sono state contese parlamentari sulla differenza tra strumenti “offensivi” e “difensivi”, categorie che è sostanzialmente impossibile distinguere nei campi di battaglia contemporanei e rischiano di far perdere di vista l’essenza della questione: va sostenuta o meno la resistenza di una nazione invasa? Abbiamo illustri precedenti in materia, come il concetto di “difesa avanzata” adottato nel 1999 dal governo D’Alema per legittimare i bombardamenti dei nostri caccia sul Kosovo e pure sulle zone industriali di Belgrado.

In questi giorni il tema si ripropone, con una rilevanza di ordine costituzionale, nelle dispute sulle missioni ordinate o ipotizzate alla luce della situazione nel Golfo. Se la fregata mandata a Cipro ha solo lo scopo di tenere lontani i droni lanciati dagli hezbollah filoiraniani contro un Paese della Ue, l’eventuale spedizione navale a Hormuz a protezione dei mercantili obbliga comunque l’Italia a infilarsi nel mezzo di un conflitto, cosa peraltro già avvenuta nel 1987.