Tempi presenti Intorno al libro «Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale» di Luigi Daniele, per Laterza
È stato scritto che quello in atto a Gaza (e in Libano) «non è un conflitto mediorientale in più ma una tragedia universale. Il laboratorio di un mondo post-Onu, post-Convenzioni di Ginevra, post-Dichiarazione dei diritti umani. Di un mondo feroce» (Jean-Pierre Filiu).
Chiunque non distolga lo sguardo dal nostro presente sente che questo è vero, e che in questa tragedia siamo tutti immersi fino ai capelli. Il nuovo libro di Luigi Daniele, Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale (Laterza, pp. 176, euro 17) ci mostra due cose: che lo è, dispiegando l’intera tragedia nel linguaggio asciutto e inesorabile dei fatti, e perché lo è, illuminando il laboratorio di questo mondo feroce con la chiarezza logica ed etica e l’affilata precisione del linguaggio giuridico. Il linguaggio, cioè, in cui avevamo scritto le carte di ciò che è dovuto agli umani, anche se non ci fosse Dio – dopo la voragine di morte in cui lo avevamo sprofondato nella prima metà del secolo scorso.
ERANO LE CARTE di un’umanità nuova, le radici di carta e pensiero di un mondo che voleva rinascere da quella voragine, rinunciando alle radici di sangue e di terra, alla violenza dei Leviatani, al regno senza fini della guerra. E mentre quelle carte bruciano, questo libro le riscrive virtualmente nell’anima di ognuno – anche il più ignaro – con una semplicità pari alla serietà di ciò che è in gioco: la fine del diritto universale, non solo del diritto internazionale. Il ritorno dell’umanità allo stato tribale – nella coscienza, nella cultura, nella politica. Nel momento stesso in cui il suo potere tecnologico di autodistruzione è al culmine.







