Il dissenso è il sale della democrazia. È l’argine all’arbitrio del potere. Ma da un po’ di anni a questa parte le democrazie occidentali lo trattano come una minaccia, soprattutto dopo le proteste in seguito allo choc etico, prima ancora che politico, del genocidio perpetrato a Gaza. È questo il tema delicato di “Divieto di protestare” di Annalisa Camilli (Einaudi editore). In Italia è tra il 2024 e il 2025 che le proteste per Gaza assumono i tratti di un grande movimento trasversale di massa capillare al di là dell’età, delle divisioni ideologiche, delle categorie di appartenenza.Per risalire a una mobilitazione del genere bisogna andare al G8 del 2001, quando con gli abusi della scuola Diaz e della caserma Bolzaneto si consumò quella che venne definita «la più grande violazione dei diritti umani in un Paese occidentale». Un fatto mai adeguatamente perseguito che allunga un’ombra inquietante sui modi in cui sono state gestite le proteste in solidarietà al popolo palestinese e, in generale, tutte le forme di dissenso organizzato.È sin dalla fine degli anni Novanta, d’altro canto, che in nome della “sicurezza” e dell’“emergenza” molti fenomeni sociali (migrazione, disagio sociale) sono stati governati con il codice penale, mettendo insieme contrasto alla microcriminalità con lotta alla mafia e all’immigrazione. Così, Annalisa Camilli ricostruisce con rigore il modo in cui sono diventati normalità procedure, provvedimenti, decreti legge che attentano alla libertà d’espressione in uno Stato di diritto.Non c’è più Stato di diritto ma un “autoritarismo punitivo” infatti se basta l’espressione di un pensiero controverso sul 7 ottobre, come accaduto all’imam di Torino, per aver notificato un decreto di espulsione come se si trattasse di un attentato alla «sicurezza dello Stato Italiano». Non c’è Stato di diritto se le proteste normalmente messe in atto dai richiedenti asilo nei Centri di permanenza («buchi neri» del diritto) – come la resistenza passiva – diventano reati di “rivolta”. Non c’è Stato di diritto se Centri sociali, Movimenti no Tav, azioni di sensibilizzazione dei giovani di Ultima Generazione diventano espressione di “associazioni criminali”, secondo procedure previste per accuse a gruppi criminali e mafiosi. Non c’è Stato di diritto se chiunque in base a una presunta “pericolosità sociale” può essere limitato nella libertà di movimento senza che abbia commesso alcun reato, come accade con il fermo preventivo (decreto sicurezza 2026). E la svolta che ha fatto diventare “sistema” la criminalizzazione del dissenso e ha introdotto molti di questi reati avviene proprio con i decreti Sicurezza del 2025 e 2026 appunto, ritagliati sulle lotte esistenti e puniti con pene sempre più severe. In particolare è con il decreto sicurezza del 2025 (più tutele per gli agenti e i militari; sanzioni più dure per le proteste e i blocchi stradali; punibilità addirittura della resistenza passiva) che si è arrivati a norme non più pensate per la sicurezza dei cittadini ma per la «tutela dell’autorità pubblica» in un drammatico indebolimento di quel diritto alla libertà di espressione pensata proprio per tutelare soprattutto le minoranze critiche, oggi trattate come nemici interni nella torsione autoritaria che investe non solo l’Italia ma molti Paesi occidentali in una, questa sì, vera emergenza democratica.
Diritto al dissenso contro il potere: il saggio di Annalisa Camilli
Le proteste per Gaza. Come 25 anni fa il G8 di Genova. Nei Paesi occidentali i fenomeni sociali vengono governati con la repressione






