Non è più tempo di «liberi fischi in libero Stato», come ebbe a dire Sandro Pertini nel 1974 quando i fischi erano per lui. Non è più tempo nemmeno dei vecchi cortei tetragoni, chiamati a raccolta dai partiti e dalle organizzazioni sindacali. Fine delle divisioni ideologiche tradizionali, così come delle granite certezze costituzionali. Questo è un tempo del tutto nuovo, labile, feroce e disperato, dove si vedono chiaramente due tendenze in atto: la volontà degli stati sovrani di reprimere il dissenso, e il bisogno crescente di dissentire e di manifestare in forme nuove. Di questa frattura, che sta sul confine fra la libertà di ognuno e il limite che ogni libertà comporta, si occupa il nuovo libro di Annalisa Camilli, firma di Internazionale. Per anni si era mossa su un’altra frontiera, quella delle rotte migratorie. Ma forse la storia che più di tutte ha ispirato la sua vita professionale è stata quella del G8 di Genova nel 2001, a cui aveva partecipato da giovane giornalista e manifestante. Perché lì, dove c’era il dissenso, arrivò la «macelleria messicana», un caso inaudito di violenza istituzionale. I fatti di Genova hanno disperso il movimento No Global. È seguito un lungo tempo con poche notizie dal fronte della protesta. Fino al 2025, l’anno del ritorno nelle piazza. Ed è lì che guarda adesso Camilli, con il suo metodo di inchiesta: studio, analisi, confronti, ascolto delle fonti, reportage. Il libro si intitola Divieto di protestare ed è appena uscito nella collana le Vele di Einaudi. C’è qualcosa che unisce chi partecipa alle nuove manifestazioni. È paura del futuro, molto più che preoccupazione. Una paura concreta, economica e di sopravvivenza. Chi c’era in piazza per la Flottila? «Alle manifestazioni hanno partecipato compagini sociali molto diverse: dai giovani palestinesi della diaspora in Italia come Maya Issa, una studente universitaria italopalestinese, ai movimenti per l’abitare, perché in questo Paese le persone non hanno più soldi per pagare affitti e mutui e contestano l’idea che siano stati spesi più fondi pubblici per i bonus di ristrutturazione che per costruire case popolari o calmierare gli affitti», spiega a Camilli la sindacalista dell’Usb Paola Palmieri. C’era, quindi, il mondo del lavoro, ma del lavoro povero: «Quello sottopagato e sfruttato, i lavoratori del commercio retribuiti mille euro al mese, le cooperative, il pubblico impiego, i vigili del fuoco». Ecco il nuovo fronte della protesta che avanza, mentre il governo firma i decreti sicurezza per garantire più tutele agli agenti e sanzioni più dure per chi manifesta. «In un intervento sulla rivista Diritto di Difesa, il professore di Diritto penale Vittorio Manes, analizzando la norma, parla di «autoritarismo punitivo», «ossessione securitaria» e «repressione del dissenso in ogni sua forma». Annalisa Camilli viaggia dentro le crepe della nostra democrazia. Racconta del G8 dimenticato, allarga lo sguardo sulla repressione del dissenso nel mondo. Da Genova a Trump, dalla polizia italiana alle squadracce dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), inviate dal presidente degli Stati Uniti per sedare le proteste a Los Angeles, Chicago e Portland. E perché la gente era scesa nelle strade a protestare? Per reagire alla caccia ai migranti irregolari destinati alla deportazione, protestava in difesa della vita dei vicini di casa. C’è, poi, una faccenda decisiva sottesa nel libro di Camilli. Ed è il ruolo individuale, quello di ogni singola persona dentro questa enorme questione pubblica. C’è troppa violenza in giro per pensare di riuscire a attraversarla senza esserne toccati, è impossibile non bagnarsi sotto un diluvio. Dunque è necessario prendere posizione, schierarsi. Vale per tutti, a maggiore ragione per gli intellettuali. È stato il massacro compiuto a Gaza il punto di non ritorno. Ecco, allora, la scrittrice di grande successo Sally Rooney scriverlo apertamente: «Voglio mettere in chiaro che intendo usare questi ricavi del mio lavoro e la mia posizione pubblica in generale per continuare a sostenere come posso Palestine action e l’azione diretta contro il genocidio. Se per lo stato britannico questo è «terrorismo», allora dovrebbe indagare anche le losche organizzazioni che continuano a promuovere il mio lavoro e a finanziare le mie attività come la catena di negozi WH Smith e la Bbc». Camilli allarga lo sguardo sul mondo, sulle proteste in Germania e in Inghilterra. Solo a quel punto torna qui: «In Italia, nello stesso anno in cui il governo ha introdotto il cosiddetto decreto sicurezza, le manifestazioni sono di nuovo diventate di massa, generalizzate e difficilmente controllabili. Hanno portato in piazza studenti e lavoratori, ma anche le persone comuni lontane dall’attivismo. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2025 sono stati convocati tre scioperi generali, a cui hanno partecipato milioni di persone. Non succedeva in questa forma dalle manifestazioni di Genova del 2001 contro il G8, il vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi più ricchi del mondo». La macchina della repressione non mai stata così attiva. La novità è il ritorno dei corpi, dopo anni di inconsistenza tecnologica. Sono i corpi delle ragazze e dei ragazzi di nuovo sulle strade a protestare. Ecco il monito del presidente Mattarella: «Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Ma la domanda fondamentale resta sospesa, ed è quella che rende questo libro uno strumento prezioso per decifrare il presente: al tempo della manomissione delle democrazie, protestare è ancora un diritto?
Nelle crepe della democrazia dove la protesta non viene accettata
Il saggio di Annalisa Camilli a 25 anni dal G8 di Genova dimenticato da molti
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