Sono passati venticinque anni e continuiamo a tornare lì. Alla morte di Carlo Giuliani. Alla Diaz. A Bolzaneto. Ai manganelli. Al sangue sull'asfalto. È giusto farlo. Perché una democrazia che dimentica le proprie ferite finisce per considerarle inevitabili. Certe città, certe giornate, smettono di essere un luogo e un a data e diventano una domanda. Genova, 20 luglio 2021 è una di quelle. Ma ogni volta mi accorgo che la vera domanda non è soltanto come sia stato possibile tutto questo.

La domanda è un'altra: cosa faceva così paura?

Prima della repressione, Genova era un'idea. La città divenne il punto d'incontro delle periferie del mondo. Il Cile, l'Argentina, la Palestina, i villaggi africani saccheggiati dall'economia globale, gli operai, gli studenti, i contadini, le donne, gli ambientalisti, i missionari, i sindacati, i movimenti indigeni. Persone diversissime che provarono, forse per l'ultima volta su quella scala, a pronunciare una frase semplice e rivoluzionaria che aveva in se questo senso: il mondo non è obbligato a essere così.

All'orizzonte di Genova si vedeva arrivare il nostro presente. La finanziarizzazione dell'economia, la privatizzazione dei beni comuni, la precarietà come destino. Le guerre infinite, la crisi climatica, il potere smisurato della finanza e, oggi, delle grandi piattaforme tecnologiche. Quasi nessuno voleva guardare. Per questo Genova fu molto di più una protesta, fu un atto di immaginazione politica.