GENOVA. Bastava la parola, era sufficiente richiamare il nome della nostra città, erano diventati sinonimi. Per mesi, per anni, prima durante e dopo l’evento, citare Genova significava parlare del G8, né più né meno. Genova è stata «IL G8», e continua a esserlo ancora oggi, a venticinque anni di distanza. La sua edizione più tristemente famosa, la più discussa, la più dolorosa. Da vivere all’epoca, e da ricordare adesso. Luglio 2001. Avrei compiuto sedici anni di lì a due mesi. Ero una giovane atleta e in quei giorni ero via per gareggiare, tanto per cambiare. Mi accompagnava mia madre. Ricordo bene l’apprensione di mio padre, rimasto invece in città. «Meno male che sei via»: da ex sessantottino, si era reso conto dell’aria che tirava. Casa affacciava sul centro sportivo di Villa Gentile, «casa mia»: uno spazio di divertimento, aggregazione, fatica e piccoli, grandi trionfi. Di lì a poco si sarebbe trasformato in un sito da attenzionare, un crocevia di altre imprese. [...] Mi colpì che, nella zona rossa, non fosse consentito stendere i panni. Mi parve un’immagine fortissima, un provvedimento quasi comico, per la sedicenne che ero. [...] Una città così dolente, così inerte e paralizzata, la ricordo solo nei giorni seguenti al crollo del Ponte Morandi, in un’altra estate genovese insostenibile, nel mezzo di un altro trauma collettivo. Un altro momento in cui «Genova» è diventato sinonimo di qualcos’altro. Anche allora, sembrava che ogni genovese avesse preso un ceffone in pieno viso, senza sapere bene da dove arrivasse. [...] Eppure - con le sue strade blindate e un clima afoso da disastro annunciato — Genova era il centro del mondo, in quelle settimane. Il palco principale, l’obiettivo più sensibile. [...] Ho ancora negli occhi le immagini di Giuseppe Pericu, il sindaco di allora, accaldato in maniche di camicia: a dimostrazione di come l’amministrazione locale ce la stesse mettendo tutta, non riuscendo però a sostenere, indenne, il peso specifico dell’evento. E poi è arrivato il buio. È arrivata un’altra sospensione, dopo il tempo immobile dell’attesa. La sospensione dei diritti civili, delle libertà fondamentali, del rispetto dell’altro. Tutto è stato sovvertito, l’Italia e il mondo hanno fatto i conti con immagini che hanno ricordato gli anni più pesanti della nostra storia. [...] «Chi baratta la libertà con la sicurezza non merita né libertà né sicurezza», sosteneva Benjamin Franklin. Genova ne è stato esempio plastico, prova provata. E per restare negli Stati Uniti, è inevitabile il paragone con quanto accaduto di recente a Minneapolis, a sottolineare come i temi del «nostro» G8 siano sempre e tristemente attuali. Sicurezza e ordine pubblico sono strumenti essenziali, indispensabili. Ma quando lo Stato li utilizza in modo improprio, la tenuta democratica comincia a vacillare, e a volte crolla miseramente. Genova è stata teatro di un disordine pubblico, peraltro strumentale a una narrazione politica. Perché chi lancia i rappresentanti delle forze dell’ordine in mezzo all’inferno dimostra di non rispettarli a dovere, di non averli a cuore. E tutto ciò, da cittadina e da rappresentante delle istituzioni, mi imbarazza, mi sconcerta e mi addolora. D’altra parte, è bene ricordare che se la violenza fa sempre schifo, quella gratuita lo fa ancora di più, se possibile. Si può non essere in grado di maneggiare il potere, ma abusarne è un atto intollerabile, un tradimento in piena regola. Scoprire cos’era successo in piazza Alimonda, alla Diaz, alla caserma di Bolzaneto, ha aperto una ferita che sanguina ancora oggi. Non ho mai avuto il coraggio, e credo che non lo avrò mai, di vedere Diaz- Non pulite questo sangue), il film di Daniele Vicari. Mi dicono sia molto bello, a suo modo, e mi fido. Ma soltanto il trailer, ai tempi, mi aveva dato la nausea. Finché non si placherà quella sensazione di violenza e oppressione, non potrò permettermi di premere play. E, appunto, credo non lo farò mai. Genova è una città che ha dimostrato di sapersi riprendere, ricominciare e rialzarsi. Anche perché, purtroppo, si è trovata a doverlo fare ciclicamente nella sua storia recente. Il G8 non l’ha cambiata, a un quarto di secolo di distanza: nulla trasforma davvero un luogo, se non è frutto di un movimento collettivo e condiviso. Il semplice passaggio di una manifestazione, specie se imposto dall’alto e non adeguatamente progettato, non è sufficiente a cambiare i connotati a una città. Un’eccezione potrebbe essere rappresentata dalle Olimpiadi, ma forse anche qui è l’ex atleta a parlare. Quello che il G8 ha fatto, senza dubbio, è impartirci una lezione. A Genova, all’Italia e all’Europa. Ricordare non significa rimanere prigionieri del passato, ma assumersi le responsabilità e lavorare affinché determinati errori non si ripetano. [...]Come sindaca, sono consapevole che il compito più importante non è soltanto commemorare, ma costruire. (...) Il G8 ci ha dato una lezione: ci ha insegnato quanto fragile possa essere l’equilibrio tra sicurezza e libertà, e quanto sia necessario difenderlo con responsabilità, empatia e saggezza. Soltanto così potremo risvegliarci, ricordare, sciogliere i nodi di un tempo sospeso e guardare al futuro con un pizzico di fiducia in più. © 2026 Silvia Salis Pubblicato in «Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola». Prima edizione a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli -parallels.it (2026) Licenza CC BY-ND 4.0