Genova, manifestazione 10 anni dopo il G8, luglio 2011. Foto di Martino Lombezzi/Contrasto
Un altro mondo è possibile, lo avevamo scritto sulle magliette, sui cartelloni, sugli striscioni. Voi siete otto, noi sei miliardi. Lo scandivamo ovunque. Altro che “no global”. Mai definizione è stata meno azzeccata. Quella che è culminata nelle strade di Genova tra il 18 e il 22 luglio di 25 anni fa, dopo molti altri appuntamenti significativi da Seattle a Napoli nel corso dei due anni precedenti, è stata la prima grande stagione di un movimento globale, interconnesso e capace di usare la rete Internet, per la prima volta nella storia, per organizzarsi e raccontarsi.
Centinaia di migliaia di persone. Un movimento intergenerazionale che comprendeva gente dalle parrocchie ai centri sociali, passando da tutte le sfumature e i linguaggi, dalle associazioni per i diritti dei migranti a quelle ambientaliste, dai pacifisti ai sindacati di base, da chi lavorava per riformare a chi voleva cambiare radicalmente, unito da una fortissima critica precisa: no alla globalizzazione delle merci e dei mercati; sì al movimento libero delle persone, sì alla globalizzazione dei diritti, sì al riconoscimento delle disuguaglianze e degli impatti drammatici, ambientali e sociali, associati al capitalismo dominato da pochi, pochissimi soggetti con una concentrazione di potere sempre maggiore. Idee superate?














