Nella biblioteca di casa mia i libri di Carlo Ginzburg, il grande storico scomparso nel giugno scorso, non stanno tutti nello stesso scaffale. Sono distribuiti tra le materie più diverse: qualcuno, ovviamente, sta tra i libri di storia, qualcun altro in filosofia, qualcuno in antropologia, molti in storia dell’arte, uno persino tra i testi di psicologia. Quando questo accade, è sempre un buon segno per il loro autore. Vuol dire che ha battuto strade non previste, ha praticato saperi diversi, si è mosso al confine delle discipline consolidate.

Ed è proprio lì, di solito, che si trovano cose nuove, e si fanno le scoperte migliori. Ginzburg ne era consapevole, e il suo ultimo libro, uscito pochi mesi prima della morte da Adelphi, Il vincolo della vergogna, porta come sottotitolo Letture oblique e fa l’elogio della «euforia dell’ignoranza», il brivido di piacere del ricercatore che, affacciandosi su un territorio per lui nuovo, sente che proprio lì ha molto da imparare e, forse, potrà trovare qualcosa di imprevisto, non solo per lui.

Carlo Ginzburg e il racconto della storia

Anche quello che rimane probabilmente il suo saggio più citato e commentato, Spie. Radici di un paradigma indiziario, potrebbe essere collocato in molti scaffali diversi, e la ricca storia dei suoi effetti ne è la migliore dimostrazione. Apparve la prima volta in un volume collettaneo curato da Aldo Giorgio Gargani, Crisi della ragione (Einaudi), nel quale la maggior parte dei contributi veniva da filosofi: Bodei, Veca, Badaloni, Viano, Rella. Ma appiattirlo solo su quel contesto non sarebbe una buona scelta, perché il libro di Gargani sembrò soprattutto (si era alla vigilia degli anni Ottanta) una rivolta contro la “razionalità classica”, e pareva consuonare con le incipienti battaglie del postmoderno almeno in questo: che, come il postmoderno avrebbe dato un’immagine semplificata e un po’ caricaturale della modernità, così Crisi della ragione offriva un’idea monolitica e alquanto forzata della razionalità moderna. Ginzburg si teneva lontano da queste semplificazioni, e casomai mostrava come nella modernità ci fossero altre linee di tendenza, minoritarie ma non trascurabili. Ripubblicando il proprio saggio nella raccolta Miti emblemi spie, ancora da Einaudi nel 1986, Ginzburg avrebbe scelto un sottotitolo (riguardante l’intera raccolta dei suoi scritti, ma che sembra pensato apposta per Spie): Morfologia e storia. Un sottotitolo che alludeva a una tensione che attraversa tutta l’opera di Ginzburg: quella tra un sapere del divenire, del cambiamento, del tempo, quale la storia, e un sapere delle forme, delle analogie a distanza, delle corrispondenze nello spazio oltre che nel tempo, la morfologia, appunto.