Carlo Ginzburg aveva 87 anni. Nella foto, sullo sfondo, il padre Leone, intellettuale e partigiano morto in carcere. nel 1944Carlo Ginzburg, morto martedì a Bologna all’età di 87 anni, aveva due genitori straordinariamente ingombranti. Il padre Leone, ebreo russo nato a Odessa, cresciuto in Italia (fra Viareggio e Roma), patria del padre naturale, fu un precoce intellettuale di grande levatura e un coraggioso militante antifascista (perse tutto e finì al confino per il rifiuto di giurare fedeltà al regime): morì nel 1944 a soli 35 anni per le conseguenze delle torture subite a Regina Coeli, dov’era rinchiuso in quanto partigiano azionista. La madre, Natalia Ginzburg (nata Levi), è stata fra le maggiori scrittrici italiane. E tuttavia Carlo non è stato schiacciato dalle personalità di padre e madre, dai quali ha invece attinto talento e attitudine allo studio, diventando lo storico italiano forse più conosciuto al mondo, di certo il più originale.
Libri come I benandanti (Einaudi 1966), Il formaggio e i vermi (Einaudi 1976), Spie (Einaudi 1979) sono pietre angolari della storiografia moderna e appartengono a un genere del quale Carlo Ginzburg, se non l’inventore, è stato l’interprete più fecondo. Parliamo della “microstoria“, da non intendere come il racconto di vicende minori, o puramente emblematiche, ma come casi di studio e di ricerca che permettono lo scavo in profondità, l’apertura all’imprevisto e infine la ricostruzione di vicende e scenari di grande portata a partire da singole persone, circoscritte vicende, con un interesse prevalente per le classi e le credenze popolari, per gli emarginati, per i dettagli più trascurati della storia.











