Si è spento a Bologna all’età di 87 anni, Carlo Ginzburg, figura centrale della cultura europea. Non soltanto uno degli storici più influenti del secondo Novecento, ma un intellettuale che ha trasformato il modo di interrogare il passato, insegnando a cercare la verità non nelle narrazioni dei vincitori o nei grandi eventi, bensì nelle tracce minute, nelle esistenze marginali, nei fascicoli dimenticati.

Nato a Torino il 15 aprile 1939, figlio di Leone e Natalia Ginzburg, è cresciuto nel cuore di quella che fu tra le più alte espressioni morali e intellettuali dell’Italia del secolo scorso. La morte del padre, eroe dell’antifascismo, nel carcere di Regina Coeli nel 1944, impresse in lui una severa “disciplina dello sguardo”, alimentando una costante diffidenza verso le versioni comode o troppo lineari della storia.

Formatosi alla Scuola Normale Superiore di Pisa e al Warburg Institute di Londra, lo studioso ha poi insegnato in atenei di primo piano, da Bologna a Harvard, da Yale a Princeton, fino a essere eletto socio nazionale dell’Accademia Nazionale dei Lincei.

La sua vocazione internazionale è attestata dalla diffusione dei suoi libri, tradotti in un ventaglio di lingue che oscilla tra le venti e le trenta.