Quella del bipolarismo in Italia non è stata certo una storia di successi. L’o di qua o di là ha paradossalmente cronicizzato l’immobilismo politico e, anziché favorire la convergenza al centro, che i manuali di politologia trent’anni fa promettevano, ha tribalizzato lo scontro elettorale su posizioni tanto estremistiche quanto inconcludenti.
È un fenomeno non solo nazionale, come vediamo da quel che succede negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Francia, dove modelli bipolari ben più solidi e sperimentati di quello italiano sono stati terremotati da una polarizzazione politica, che replica, sul piano democratico, lo schema di una vera e propria guerra civile. Il bipolarismo in Italia è stato però soprattutto la formula che ha consentito di proseguire l’inerzia del non governo, non dietro lo schermo di una tenace conservazione, ma di sempre annunciate e futuribili rivoluzioni.
Insomma, il bipolarismo è stato il trasformismo della Seconda Repubblica, il modo di cambiare tutto perché nulla cambiasse sul piano della spesa pubblica, della tassazione, delle politiche per lo sviluppo, l’istruzione e il welfare, dell’efficienza della PA, degli incentivi al lavoro, all’innovazione e agli investimenti, dell’autonomia energetica e della sicurezza strategica (e si potrebbe continuare con gli esempi).










