Al momento non sembrano profilarsi all’orizzonte vittorie nette né svolte risolutive. Non si scorgono trionfi elettorali. Il Paese è spaccato come una mela, segno di una frattura profonda che attraversa ormai da anni la società italiana. Alle prossime elezioni politiche potrà prevalere – di misura – il campo largo oppure il centrodestra, e tuttavia, anche nell’ipotesi in cui una nuova legge elettorale assicuri al vincitore una maggioranza parlamentare relativamente solida, resterà la realtà di un equilibrio sostanziale tra i due schieramenti.
È questo, con ogni probabilità, lo scenario dell’immediato futuro: un governo formalmente legittimato, ma inserito in un contesto di equilibrio precario. Non un vero pareggio ma qualcosa che vi somiglia molto. Il che potrebbe comportare una legislatura di transizione bisognosa di nuove geometrie politico-parlamentari, che generalmente sono di due tipi. O si tratta di operazioni trasformistiche senza respiro, macchinazioni di puro potere quando non di scoperta compravendita di voti parlamentari (esempio tipico, gli ultimi anni di Silvio Berlusconi). Oppure possono essere disegni più seri, per quanti rischiosi, come fu quello della solidarietà nazionale di mezzo secolo fa. Non è detto cioè che siano necessariamente cedimenti ai «poteri forti», come ha detto Goffredo Bettini paventando un’inedita maggioranza di centrosinistra senza il Movimento 5 stelle e con dentro Forza Italia. Un’ipotesi, quella di nuove alleanze, che manderebbe al macero il suo sogno di un partito unico Pd-M5s e che al tempo stesso ridisegnerebbe la geografia della destra italiana.







