Il Mulino è stato per decenni uno dei centri di cultura e iniziativa politica più autorevoli e attivi del nostro paese, con una particolare capacità di influenza negli anni novanta, durante il passaggio dalla cosiddetta prima alla cosiddetta seconda Repubblica. Un passaggio sancito dagli scandali giudiziari dell’inchiesta Mani Pulite, con il processo ai vertici della politica trasmesso in tv all’ora di cena, per giorni e giorni, ma soprattutto dall’abbandono della legge elettorale proporzionale in favore del sistema maggioritario, inizio di quella transizione istituzionale mai portata a termine e ricominciata sempre da capo per i successivi trent’anni, all’inseguimento dei modelli più disparati (presidenzialismo americano, semipresidenzialismo alla francese, modello Westminster…). Il clima, il contesto e anche il metodo con cui si produsse quel salto – un referendum popolare, peraltro piegato surrettiziamente all’obiettivo, prevedendo la Costituzione il solo referendum abrogativo – contenevano già in sé, evidentemente, tutte le premesse dell’esito populista e antipolitico che avrebbe caratterizzato il nuovo sistema, in misura sempre crescente. E tuttavia, fino a oggi, il consenso per il maggioritario e il bipolarismo, l’irrealizzabile e incostituzionale pretesa di eleggere direttamente presidente del Consiglio, governo e maggioranza, garantiti in un unico pacchetto dalla sera stessa del voto fino all’ultimo giorno della legislatura, tutto questo ha goduto di un consenso quasi unanime, specialmente nel mondo giornalistico e intellettuale. L’influenza del Mulino in questo esito non può essere sottovalutata.