La maggioranza presenta una nuova proposta di legge elettorale, ma non è detto che sarà quella definitiva. Nel centrodestra le differenze restano. Giorgia Meloni punta al premio di maggioranza e, per renderlo più accettabile, alza dal 40 al 42% la soglia necessaria per ottenerlo, lasciando invariato il numero dei seggi assegnati alla coalizione vincente: 70 deputati e 35 senatori. In sostanza, questa proposta non si discosta dalle precedenti.

Ciò che appare evidente è che maggioranza e opposizione non vogliono reintrodurre le preferenze, uno dei principi fondamentali della democrazia rappresentativa. I partiti continuano infatti a difendere un sistema che consente alle segreterie di decidere chi mandare in Parlamento, sulla base delle percentuali conquistate col proporzionale. Si preferisce così mantenere un modello nel quale la selezione della classe dirigente resta affidata ai vertici dei partiti. Su questo punto esiste un patto non scritto tra maggioranza e opposizione che finisce per indebolire la loro funzione costituzionale: favorire il ricambio della classe dirigente attraverso il voto diretto dei cittadini e la scelta dei propri rappresentanti territoriali.

Lo “ius nominandi” resta il pilastro invisibile del bipolarismo italiano. I leader decidono e gli elettori ratificano, anche se molti cittadini rinunciano a votare perché non riescono più a dare un senso alla propria scelta. Si invoca la stabilità delle istituzioni, dimenticando però che una democrazia è stabile solo quando resta vivo il rapporto tra cittadini e rappresentanza. Quando quel legame si spezza, il risultato inevitabile è l’astensionismo, la disaffezione e la fuga dalle urne. Per questo la domanda finale è inevitabile: se si alzano gli scudi contro il premio di maggioranza in nome della rappresentanza democratica, perché non si considera altrettanto grave sottrarre agli elettori il diritto di scegliere da chi essere rappresentati?