Alle prossime elezioni la legge elettorale sarà probabilmente o l’attuale Rosatellum o il cosiddetto Stabilicum. La prima opzione è quella più gradita alla sinistra, a Forza Italia e ai cespugli centristi, convinti che un sostanziale pareggio fra i due poli possa restituire agibilità politica a chi sta nel mezzo. La nuova legge è invece nei desideri di Giorgia Meloni, alla quale preme dare stabilità al governo uscito dalle elezioni – persino se quella stabilità avvantaggiasse gli avversari. Il che sarebbe coerente con la posizione storica di FdI: memori del “ribaltone” del 1994, refrattari ai governi di grande coalizione, che il premier si chiamasse Monti o Draghi.La legge elettorale è il regolamento di gioco della politica e dovrebbe essere orientata da una prospettiva più ampia del prossimo appuntamento elettorale. Da una buona legge si può pretendere che agevoli la tenuta del governo e stabilisca una competizione comprensibile e possibilmente appassionante per i cittadini. Quel che non si può chiedere è la certezza dell’esito. Eppure i partiti ci provano sempre: lo fece Berlusconi col Porcellum, poi Renzi col Rosatellum. A entrambi andò male.Non è detto che i calcoli attuali siano più azzeccati. Con il Rosatellum e un corpo elettorale diviso in parti pressoché uguali, la sinistra finirebbe probabilmente per prevalere di misura: la destra “sprecherebbe” voti vincendo con ampi margini in molti collegi del nord, perdendo di misura in più collegi del sud. Ecco perché Meloni crede che le convenga la “sua” legge.Lo Stabilicum, però, eliminando i collegi uninominali, toglierebbe di mezzo una competizione nella quale la destra è tradizionalmente più coesa. L’elettore di FdI, Lega e FI, abituato da trent’anni a considerare intercambiabili i candidati della coalizione, non ha gli stessi problemi a convergere sul medesimo candidato che molti elettori del Pd avrebbero nel votare un candidato M5s, e viceversa. Rinunciando ai collegi uninominali, la destra rinuncerebbe consapevolmente a uno dei pochi vantaggi certi che possiede, nella convinzione di superare comunque il 40 per cento, soglia oltre la quale scatta il premio di maggioranza. Ma la probabilità che anche la sinistra ci riesca appare tutt’altro che remota, e a quel punto si andrebbe a un ballottaggio dall’esito incerto. Va aggiunto che lo Stabilicum rinuncia all’indicazione del premier sulla scheda: un favore gratuito all’opposizione, che ha più difficoltà a indicare un singolo candidato per Palazzo Chigi.I centristi temono invece che lo Stabilicum li metta fuori gioco. In realtà, la riforma proposta attribuisce il premio a chi ottiene più voti, sempre che abbia superato il 40 per cento; si fa il ballottaggio se i due poli superano il 35, ma nessuno il 40. Altrimenti la legge diviene interamente proporzionale, con un paradossale ritorno alla Prima Repubblica. Un incentivo fortissimo alla costruzione di un’opzione centrista autonoma – ciò che non è riuscito con i collegi uninominali fin dal tentativo Popolari-Segni del 1994. Per intenderci, sia il Parlamento del 2013 sia quello del 2018 sarebbero stati eletti, con questa legge, in regime proporzionale.L’ironia è che non ci sarebbe stata poi grande differenza: entrambe quelle legislature hanno visto governi di coalizione privi di mandato popolare, con l’esito di medio termine di gonfiare le vele ai populisti. I partiti antisistema sono, in una certa misura, la reazione degli elettori alla sensazione che il loro voto non conti nulla.Forse è questo il vero discrimine fra una buona e una cattiva legge elettorale: dare o meno al cittadino l’impressione che il suo voto possa cambiare qualcosa. Meloni non ha più la forza politica di rimettere sul tavolo il premierato. Con la sua proposta di legge elettorale rischia però di favorire il ritorno al parlamentarismo più manovriero – esattamente il contrario di ciò che ha sempre sostenuto di volere.