Vorrei provare a sfrondare il caso Trump-Meloni dagli orpelli della propaganda, pro o contro la premier italiana, dalle moine, dai pettegolezzi, dai ditini alzati e subito abbassati con la coda fra le gambe per non compromettere i rapporti fra l’Italia e gli Stati Uniti. Vorrei insomma andare al cuore politico della vicenda perché di politica si tratta, non di personali simpatie o antipatie, né di presunti assi speciali transatlantici, peraltro definitivamente naufragati sulle macerie della querelle fra i due leader.
Al netto delle notissime impennate caratteriali del presidente Usa che detesta chiunque non lo onori come il boss del mondo e osi, magari, eccepire sulle sue decisioni, lo showdown innescato dalle pur caute prese di distanza di Meloni non racconta tutta la verità. Rischia semmai di nasconderla se viene ridotto ad una lite fra comari anziché, come è, la cartina di tornasole, l’ennesima, del distacco programmato (politico e militare) degli Stati Uniti dal vecchio alleato: l’Europa.
Provo a raccontarla dalla prospettiva coltivata coerentemente, va detto, da Donald Trump fin dal suo secondo insediamento alla Casa Biana. Donald II detesta l’Europa, lo ha fatto sapere ripetutamente. La ritiene una palla al piede degli Usa, un costoso e inutile lascito della seconda guerra mondiale. L’Europa in 80 anni ha drenato una montagna di miliardi dalle casse americane, in cambio di che cosa?, si chiede Trump. Della difesa militare assicurata all’America al vecchio Continente minacciato dall’Unione Sovietica. Quello scenario oggi è tramontato, secondo Trump la Russia non rappresenta una minaccia per l’Occidente, al contrario piò trasformarsi in un partner commerciale e strategico per gli Usa che difatti producono il massimo sforzo diplomatico per impedire che Putin stringa legami politici con la Cina, il nemico individuato da Washington.















